lunedì 22 gennaio 2018

UN MINISTRO PER LA SOLITUDINE PER UNA SOCIETÀ IN FRANTUMI

 18 GEN 2018

Non poteva che essere inglese il Ministro per la Solitudine, nominato ieri dalla premier Theresa May. E' il primo del genere nel mondo, e non è detto che sarà l'ultimo. Suona tanto “Harry Potter” e forse anche per questo è stato letto più come bizzarrìa malinconica che per quello che effettivamente è: la certificazione del fallimento totale della società britannica, avamposto del nostro occidente.

Hanno subito cercato di buttarla in politica, e si sono resi subito ridicoli: quelli del partito del Labour (sinistra), hanno accusato i conservatori della May di aver contribuito alla nuova emergenza sociale della solitudine chiudendo biblioteche e centri sociali (sic!). Se così fosse, chissà quanta solitudine fino al secolo scorso, nelle campagne, nelle comunità montane, nei villaggi di pescatori, dove viveva la gran parte della gente, completamente analfabeta, e i centri sociali non li avevano ancora inventati!
Ma nella patria della pecora Dolly e dei medici e giudici che hanno fatto morire Charlie Gard non poteva che andare a finire così, e bisognerà pur dirlo a chiare lettere. Se limite e dipendenza sono visti come ostacolo alla realizzazione di sé, e non sono riconosciuti come le condizioni della nostra vita, le relazioni umane sono le prime a farne spese, a scapito dell’illusione che effettivamente ci si possa autodeterminare, cioè si possa effettivamente decidere autonomamente in tutto e per tutto della nostra esistenza.
Ci si illude che si possano cancellare limite e dipendenza, e che questo elimini la fatica del vivere. E la felicità, anziché essere la difficile maturazione della persona, si confonde con il piacere momentaneo ed effimero, che invece, per definizione, non può che durar poco.
Vivere in due è faticoso per tutti, nel tempo, e quindi si rinuncia a sposarsi e le convivenze si spengono alle prime difficoltà. Avere figli non è più l’esito naturale di una relazione d’amore, ma una scelta “ponderata” che mette sempre più paura, perché poi non si può più disporre “liberamente” della propria vita: molto banalmente, con i bambini non puoi più fare la vita di prima.
E non si venga qua a blaterare di problemi economici o di leggi inadeguate: è di questi giorni la notizia del crollo della natalità in Francia, paese da sempre indicato come modello per le politiche familiari (e da sempre chi scrive ha contestato questa ammirazione: in Europa nessun paese ha un tasso di natalità che supera quello di sostituzione, il che significa che qualcuno si estinguerà prima e qualcun altro dopo, ma il nostro continente sta morendo tutto quanto, senza eccezioni).
A maggior ragione gli anziani sono un problema, aggravato dal fatto che i bambini sono faticosi ma cresceranno, e poi fanno istintivamente tenerezza, ma la vecchiaia invece mette paura, perché mostra a tutti come inevitabilmente si scivola verso la dipendenza più totale, aggravata dal fatto che “non si riconosce più”, “non è più la persona di prima”; oltre che la forma fisica, sono le capacità cognitive a crollare, e questo terrorizza. E’ l’Alzheimer la temuta peste del nuovo mondo, e stavolta non ci sono untori da cercare. E allora quando guardi un vecchio temi di vedere te stesso, in futuro, e pensi che in quelle condizioni non ci vuoi proprio arrivare, e che devi essere tu a decidere quando farla finita. Anche perché non puoi contare sul fatto che qualcuno ti aiuti e resti al tuo fianco: di chi ti puoi fidare? Dell’ultimo “partner” avuto in ordine di tempo? Dell’unico figlio (su cui un genitore non vuole pesare), o di quello che non hai mai voluto? Dei parenti che non hai, perché con la denatalità sparisce anche tutta la rete di protezione fatta da cugini, zii e prozie varie? Del medico di famiglia, a cui hai lasciato disposizioni scritte dal notaio proprio per essere sicuro che le rispetti senza fare storie?
Volendo negare il limite e la dipendenza si uccidono le relazioni umane: questo è il punto. Una situazione che sta diventando diffusa nel nostro occidente secolarizzato, ben rappresentata di recente anche da un documentario di Erik Gandini, “La teoria svedese dell’amore”, nel quale si descrivono le coordinate di riferimento della società svedese:  “Tutti i rapporti umani autentici si devono basare sulla sostanziale indipendenza delle persone. Se una donna dipende dal suo uomo, come facciamo a sapere che quelle due persone vivono volontariamente il loro rapporto? Non staranno insieme perché dipendono l’uno dall’altro o per esigenze economiche?”. In Svezia anziché un Ministero dedicato c’è una più pragmatica agenzia statale dotata di “squadra di investigatori” per rintracciare i familiari di chi muore da solo, e magari viene scoperto dopo mesi o anni, perché non c’è nessuno che lo cerca.
Chissà se al nuovo Ministro inglese l’idea piacerà.

sabato 20 gennaio 2018

TE DEUM LAUDAMUS PER CHI CREDE NELLA POLITICA DELL’IMPOSSIBILE


 MASSIMO GANDOLFINI

(…)      Ora l’anno è giunto alla fine e anche la XVII legislatura è finalmente arrivata al traguardo. Si affaccia un anno nuovo, solare e politico, e mentre sul primo abbiamo poco da dire, sul secondo abbiamo il dovere di fare tanto. Prima di chiudere, il Te Deum ci costringe a uscire dalle lamentazioni, a smettere di leccarci le ferite o piangere su ciò che si poteva fare e non si è fatto, per guardare a quel tanto o poco che di vero Bene c’è stato e che magari abbiamo collaborato a rendere possibile.
 
Foto Ansa
Cittadinanza attiva e militante

Personalmente sono certo che non troverò mai parole adatte e sufficienti per ringraziare la Divina Provvidenza che ha reso possibile due “stupendi” Family Day e la nascita – da questi e grazie a questi – di un grande movimento interno alla società civile, fatto di famiglie, uomini e donne di ogni ceto sociale, di cultura e di religioni diverse, di ogni età, di elettori di partiti differenti che hanno aperto gli occhi e hanno preso coscienza che la distruzione della famiglia e del tessuto dell’umano in cui viviamo ogni giorno sta portando la nostra società, le nostre vite, le vite dei nostri figli e nipoti verso un baratro da cui non si può trarre altro che male.
Dissoluzione dei rapporti parentali, indifferentismo sessuale, orientamento di genere a piacere, diritto al suicidio, legalizzazione delle droghe, denatalità, aborti legali – chirurgici e chimici – partita doppia di compravendita di bimbi, non sono leggi civili. Soprattutto, non sono “diritti”, nella misura in cui un diritto nasce per tutelare un bene! Azioni di fatto malvagie non assurgono alla categoria di bene solo per il fatto che uno Stato le legalizza. Semmai diventano un male accessibile e legalizzato che, radicandosi nel costume, si mimetizza, si normalizza, diventa quotidianità, e contagia intere generazioni.

Il popolo dei Family Day ha capito tutto questo e ha deciso di far sentire la sua voce: cittadinanza attiva e militante, che ha risposto all’appello alzandosi in piedi, come auspicava san Giovanni Paolo, in difesa della vita e della famiglia. Come non essere grati per tutto questo! Come non sentire rinascere un moto di speranza che i brutti passaggi appena elencati sembravano aver soffocato?

Dopo la caduta del Muro

È chiaro che il lavoro che ci attende è enorme. Non vogliamo fare un nuovo partito. Vogliamo assumerci la sfida – difficile, difficilissima, enorme – di “contagiare” la politica dei partiti con la nostra “politica dei princìpi”. Portare nostri uomini e donne, leali e onesti, nelle istituzioni perché promuovano e sostengano politiche concrete – culturali ed economiche – a vantaggio della vita, dal concepimento alla morte naturale, in contrasto con il gelo demografico e le derive omicidiarie legalizzate, della famiglia, papà mamma e figli, del diritto alla libertà educativa dei genitori.

Il lavoro, come detto, è grande e il tempo è davvero poco. Le elezioni che daranno all’Italia un nuovo parlamento e un nuovo governo sono alle porte. Stiamo lavorando con tutti i partiti che assumono nel proprio programma queste istanze e candidano nostri rappresentanti nelle loro liste. A lavoro compiuto – come da quasi due anni stiamo promettendo – indicheremo al popolo del Family Day partiti, liste e candidati che in qualche misura ci rappresentano, avendo possibilità concrete di giungere al governo del paese, senza dispersioni di voti che fanno solo il gioco del nichilismo pragmatico del M5S o dell’ideologismo senza valori di Pd e compagnia a sinistra.

All’indomani della caduta del muro di Berlino, una mano ignota scrisse alcune parole in cui credo fermamente e che ritengo consone al caso nostro: «Gli innocenti non sapevano che era impossibile. Per questo lo fecero».
Te Deum laudamus, te Dominum confitemur. Grazie anche a tutti coloro che hanno risposto al nostro appello e che continuano a sostenerci, dandoci conforto, fiducia, coraggio.
Buon anno nuovo.

18 gennaio 2018

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TRUMP CELEBRA LA LIBERTÀ RELIGIOSA


 “Nessun americano – che sia una suora, un infermiere, un pasticcere o un imprenditore – dovrebbe essere costretto a scegliere tra i princìpi della sua fede e l’ubbidienza alla legge”. Sono le parole del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, nell'istituzione della giornata commemorativa della libertà religiosa il 16 di gennaio.


Il fatto è sicuramente significativo per due ragioni: la prima è che per otto anni l’amministrazione Obama ha varato leggi contrarie al credo di parte della popolazione recando sofferenza e alimentato la paura di fronte a coloro che sono stati multati, discriminati o licenziati per essersi rifiutati di disobbedire alla propria coscienza (basti pensare cosa hanno patito le Little sister of poor, la Hobby Lobby o le decine di fioristi, panettieri e fotografi a causa della legge). Anni in cui cattolici, protestanti e persone di buona volontà hanno cercato di resistere ad una delle amministrazioni democratiche più radicali della storia, rischiando di vedersi definitivamente privati di ogni libertà da una vittoria della sinistra di Hillary Clinton.

Come aveva promesso in campagna elettorale, Trump ha cercato di arginare la deriva. E non solo lo ha fatto con una velocità e una costanza inaspettate ma ha cercato anche di ingaggiare una battaglia teorica e legislativa d'attacco, abolendo alcune leggi contrarie alla libertà di pensiero approvate da Obama. Infatti, ha continuato il presidente, chi non ha “riconosciuto l’importanza della libertà religiosa, minacciando conseguenze fiscali per alcune forme di espressione religiosa” ha obbligato “le persone a rispettare delle leggi che violano le loro convinzioni religiose (…) perciò subito dopo il mio insediamento, ho fatto fronte a queste problematiche tramite un ordine esecutivo necessario a garantire che gli americani riescano ad obbedire alle loro coscienze senza interferenze ingiuste da parte del governo”. Motivo per cui “il Dipartimento di Giustizia ha dato delle direttive alle agenzie federali sull’adeguamento alle leggi protettive della libertà religiosa”.

Ma perché la libertà religiosa è così fondamentale? Secondo il presidente americano, “i nostri padri pellegrini, cercando rifugio dalla persecuzione religiosa, credevano nell’eterna verità per cui la libertà non è un dono elargito dal governo, ma un diritto sacro elargito da Dio Onnipotente”. Dunque, “la nostra Costituzione e le nostre leggi garantiscono agli americani il diritto non solo a credere a ciò in cui credono, ma di professare liberamente la loro religione”. Anche per questo, l’America continuerà a condannare e a “combattere l’estremismo, il terrorismo e la violenza contro i credenti, compreso il genocidio attuato dallo Stato islamico in Iraq e in Siria contro gli yazidi, i cristiani e i musulmani sciiti. Non ci stancheremo di continuare nel nostro impegno a monitorare la persecuzione religiosa e ad attuare politiche che promuovano la libertà religiosa”.

In poche parole il presidente degli Stati Uniti ha sancito il primato del diritto naturale, della società e quindi della persona rispetto allo Stato, chiarendo che solo tutelando il suo diritto primario della libertà religiosa si può pensare ad un governo a servizio dei cittadini e non viceversa. Senza un tale baluardo la persona non ha infatti difese, come anche la Chiesa ha sempre sostenuto. Fa ancora pensare, immaginando a cosa sarebbe accaduto ai credenti nel caso in cui le elezioni presidenziali si fossero concluse con la Clinton alla Casa Bianca, che nonostante ciò tanti cattolici avevano seri dubbi sulla scelta fra Trump e la Clinton.

Forse anche perché la mentalità mondana è così pervasiva che molti di loro non comprendono più quello che Trump ha invece deciso di predicare senza sosta, ossia che esiste qualcosa di non negoziabile, qualcosa che non si può eliminare senza pesanti conseguenze su tutto l’impianto sociale.

Per cui, ha concluso il presidente, invitando “tutti gli americani a commemorare questa giornata con eventi e attività" e senza vergognarsi delle proprie radici cristiane: “Proclamo il 16 gennaio 2018 come Giornata della libertà religiosa (…) nell’anno duemiladiciotto di nostro Signore, duecentoquarantaduesimo dell’indipendenza degli Stati Uniti d’America”.

Da lanuovabussola 18/1/2018

giovedì 18 gennaio 2018

C’E’ UNA QUESTIONE MORALE NELLA CHIESA?


LEONARDO LUGARESI

Sembra a molti che la crisi della chiesa sia di natura morale, o quantomeno che lo sia il problema principale che la chiesa deve oggi affrontare. Davanti a noi cattolici  ci sarebbe dunque soprattutto una “questione morale”, da affrontare in un duplice senso: a) come scandalo provocato dalla immoralità dei membri della chiesa; b) come crisi della sola dottrina morale sin qui professata dalla chiesa, che si rivelerebbe ormai palesemente inadeguata alle esigenze degli uomini contemporanei e quindi infedele al suo stesso principio fondamentale, identificato con la misericordia.
Non credo che sia così.
Giovanni di Balduccio da Pisa, l'Arca di Pietro, Sant'Eustorgio (Mi)
Credo che abbiano ragione coloro che sostengono che la crisi attuale sia una crisi di fede. Ciò significa che non sono primariamente le virtù cardinali a mancarci, ma le teologali. Le virtù cardinali - prudenza, giustizia, fortezza e temperanza - ci mancano in quanto siamo deboli nella fede, nella speranza e nella carità. E non è solo la teologia morale a vacillare, bensì la dogmatica. L'emergenza di tutto questo si sperimenta nella liturgia.
Credo perciò che la diagnosi con cui confrontarci rimanga quella formulata più di venti anni fa dall'allora cardinale Joseph Ratzinger (e a cui purtroppo non è seguita finora una corrispondente terapia): «Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia, che talvolta viene addirittura concepita “etsi Deus non daretur”: come se in essa non importasse più se Dio c'è e ci parla e ci ascolta. Ma se nella liturgia non appare più la comunione della fede, l'unità universale della Chiesa e della sua storia, il mistero del Cristo vivente, dov'è che la Chiesa appare ancora nella sua sostanza spirituale?» [J.Ratzinger, La mia vita: ricordi 1927-1977, Cinisello Balsamo: San Paolo, 1997, p.113].


CHE SIGNIFICA BENE COMUNE? Prof. Ivo Colozzi

CHE SIGNIFICA BENE COMUNE? Prof. Ivo Colozzi
”E’ essenziale lavorare tutti assieme per il bene comune. E’ questa la base del buon governo della città.” Prof. Ivo Colozzi - Professore ordinario di Sociologia e Vice Presidente Scuola di Scienze Politiche Università di Bologna 


Incontro organizzato dall'Ass.ne IL CROCEVIA. 11 Gennaio 2018 presso la Sala Cacciaguerra del Credito Cooperativo Romagnolo, Viale Bovio 76 - Cesena. E' il 3' incontro del PERCORSO ELEMENTARE DI CULTURA (anno terzo) dal titolo: "...non guardare dal balcone." Nasce come conseguenza al discorso di Papa Francesco tenuto domenica 1 ottobre in Piazza del Popolo a Cesena e vuole essere un invito a riconoscere che la politica è una necessità per i cattolici.

mercoledì 17 gennaio 2018

CHE COSA SIGNIFICA BENE COMUNE?

Terza lezione del PERCORSO sul discorso del Papa a Cesena
di  Ivo Colozzi

Premessa
 L’espressione bene comune è ormai desueta, nel senso che al di fuori della DSC nessuno la utilizza più. Sentiamo parlare, invece, di beni pubblici, interesse generale, beni comuni (al plurale), bene collettivo. Tutte queste espressioni non sono sinonimi, ma rappresentano, piuttosto, visioni antropologiche e sociali concorrenti, legate a filosofie/ideologie (ad es. il liberalismo, l' utilitarismo, il socialismo) che la Chiesa prima ha condannato e che, successivamente, ha tentato di correggere, proprio attraverso l' elaborazione della DSC.

 Cosa intende come “bene comune” la DSC
 Il concetto di bene comune è uno dei “principi permanenti della DSC” (160)[1], assieme a: dignità della persona umana, sussidiarietà, solidarietà.
La definizione/concezione del bene comune è delineata nel Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC, n. 1905-1912) e nel Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa (CDS n. 164-170). Sulla base di questi testi possiamo dire che:
(a) il bene comune è il legame sociale (la relazione) che unisce insieme le persone. (CDS n. 165) 
(b) il bene comune, quindi, non consiste né in uno stato di cose, nè in una somma di singoli beni, ma coincide con «le condizioni di tutta la vita sociale che permettono ai gruppi, nonché ai singoli membri, di raggiungere completamente e rapidamente la propria perfezione ». (Gaudium et Spes, 26);
c) in breve: il bene comune rappresenta la dimensione sociale e comunitaria del bene morale, il bene comune è il bene morale di ogni relazione sociale. (CDS n. 164). Così formulato, il principio del bene comune cosa chiede alla comunità politica? (CDS n.168, 169)

Come si vede, siamo molto lontani dalle posizioni liberiste di chi sostiene che  si deve lasciare ad ogni uomo la libertà di perseguire la propria idea di bene, col solo limite del rispetto della libertà altrui, perché la “mano invisibile” del mercato produrrà, attraverso un misterioso processo di combinazione, non un mondo perfetto, ma il migliore dei mondi possibili. Siamo, però, lontani anche dalle posizioni utilitariste o neoutilitariste, secondo le quali sono buone quelle norme o quelle politiche che producono il benessere dei più dal punto di vista di un osservatore imparziale (Smith), e da quelle hegeliane che legittimano l’intervento perequativo e redistributivo dello  Stato a partire dall’inevitabile particolarismo dei singoli e delle aggregazioni sociali che non possono non scontrarsi perché riescono solo a perseguire i propri interessi particolari. 
Il bene comune per la DSC è anche e soprattutto il vivere bene tra cittadini, ossia il vivere secondo giustizia e nell’amicizia civile, che comporta la giustizia. (CDS. 167) Vivere bene nella giustizia è frutto di un insieme di virtù che lo Stato non può produrre coi suoi mezzi, ma che i cittadini acquisiscono nella società e tramite la società, in particolare tramite la famiglia e l’impegno nelle formazioni sociali intermedie. Lo Stato, quindi, per la DSC non è mai Stato etico, soggetto chiamato ad imporre la morale e l’ordine ad una società intrinsecamente disordinata e particolaristica. Il compito dello Stato, piuttosto, è di sostenere e promuovere i soggetti sociali che favoriscono lo sviluppo delle virtù indispensabili alla realizzazione del bene comune e di usare la legge per sanzionare i comportamenti e gli atti che violano la giustizia e il bene comune. Quindi lo Stato giusto è lo Stato sussidiario, cioè quello che promuove la sussidiarietà verticale e orizzontale.
Quali siano le condizioni e le misure “che consentono e favoriscono negli esseri umani, nelle famiglie e nelle associazioni”, cioè nella società, “il conseguimento più pieno e più rapido della loro perfezione” non si può definire una volta per tutte.  Dipende dalle esigenze delle persone e dalle circostanze storiche. 

Esistono, però, alcune “indicazioni di fondo”, che sono irrinunciabili. (CDS 166) Quindi, la traduzione concreta del principio del bene comune va individuata nelle varie epoche tramite un’indagine razionale di tipo induttivo ed è una scelta che può essere modificata al cambiare delle condizioni e delle circostanze.[2] Questo è il punto più delicato. Il pensiero dominante, infatti, ritiene che le diverse concezioni del bene, specie in una società multietnica e multiculturale, siano reciprocamente incompatibili e che il conflitto tra di esse sia razionalmente irrisolvibile, per cui propone la prospettiva della democrazia procedurale, in cui il criterio di verità delle norme coincide col rispetto delle procedure formalmente previste dai regolamenti politici. 
Tale posizione dà per scontata l’incapacità dei singoli uomini e donne di   confrontare le proprie idee di vita buona e di arrivare, attraverso il dialogo pubblico, ad una comune formulazione delle regole che consentono a ciascuno di realizzare meglio il vero bene umano. Ma senza una vera condivisione, le regole rischiano di essere percepite come un arbitrio e diviene difficile trovare le ragioni per rispettarle e farle rispettare. Se vogliamo evitare una deriva autoritaria o, all’opposto, di dover rinunciare all’idea regolativa della giustizia, dobbiamo riprendere la strada della ricerca del bene comune.





[1]              I numeri tra parentesi si riferiscono ai paragrafi del Compendio della Dottrina sociale della Chiesa (2004) in cui compaiono le parole citate.
[2]              Cfr. su questi aspetti J. Maritain, 1951. 

martedì 16 gennaio 2018

IL CLAMOROSO E PENOSO IMPOVERIMENTO DELLA POLITICA


“L’impoverimento generale della politica e dei suoi motori è sotto gli occhi di tutti in Europa e in Italia in modo clamoroso e penoso.” Parole di Giorgio Napolitano.

Da uomo politico che ha attraversato un secolo scandito da guerre mondiali e da una guerra civile italiana, che è stato protagonista della guerra fredda dalla parte sovietica, che solidarizzò con i carri armati sovietici in Ungheria e a Praga, che da presidente della Camera non difese Montecitorio dalla guardia di Finanza in armi inviata dalla procura di Milano, dobbiamo sentirci dire che l’impoverimento della politica è clamoroso e penoso?

Non si era accorto Napolitano che i partiti cominciarono a morire sotto i colpi micidiali dell’accanimento giudiziario, dell’attacco  dei poteri forti della finanza e dell’informazione? Non si rese conto che la nomina di dirigenti e governatori della Banca d’Italia a presidenti del Consiglio in spregio non solo al mandato popolare ma anche alla libera dialettica parlamentare aveva cominciato a spegnere i “motori” della democrazia politica?

E lui stesso, nominando in pochi giorni prima senatore a vita e poi presidente del consiglio un esponente della finanza internazionale come Mario Monti, nel pieno di una crisi politica, non capì di infliggere un colpo durissimo alla legittimità democratica?

Proprio il non aver capito e il non aver affrontato per tempo questa radicale crisi della rappresentanza è all’origine dell’insorgenza dei nazionalismi e dei populismi in Italia e in Europa. I Grillo, i Di Maio e i Salvini sono le conseguenze e non la causa.


Il “clamoroso e penoso” impoverimento della politica e “dei suoi motori” ha origini profonde che iniziano anche dalla sfiducia nella democrazia e dalla sovversione delle sue regole da parte delle elite del potere, e di chi come Napolitano aveva il compito di difenderle e di custodirle.

CAMISASCA A CESENA


IGNORANZA E APOSTASIA OGGI NELLA CHIESA

LEONARDO LUGARESI
Leggo che il prete di Torino che, alla messa di Natale, si è rifiutato di professare il Credo dichiarando che non ci crede è stato «richiamato» dal suo vescovo. Meglio di niente, anche se c'è da chiedersi se sia un provvedimento adeguato per un comportamento tanto grave.
C'è da chiedersi, soprattutto, quanta consapevolezza vi sia ancora, nella chiesa, della natura di atti come quello compiuto da quel sacerdote, che sono oggettivamente molto più gravi delle incoerenze morali o delle irregolarità disciplinari, di cui pure è giusto preoccuparsi, perché sono atti di apostasia. 
Monastero Yerevan Caucaso 1500 ca.
L'impressione è, invece, che tanto tra i laici quanto nella gerarchia sia diffusa la convinzione che in fondo quando si tratta di dottrina e di liturgia non si debba star tanto a sottilizzare: alla fine sono parole, che sarà mai? Mi colpisce, tanto per fare un esempio, che i commenti che leggo sulla pagina Facebook dell'agenzia da cui ricavo la notizia sopra riportata siano in massima parte di questo tono.
Questo o quel prete celebra la messa a modo suo? Cambia le parole della consacrazione  perché gli sembrano più cristiane quelle che inventa lui? Non recita il Credo secondo la formula di Nicea-Costantinopoli perché “non lo capisce nessuno” e lo sostituisce con una canzoncina o con un ispirato pippone di sua produzione? Sì, vabbé, ma è uno che fa tanto per i poveri, è di frontiera, è aperto ai lontani ... L'essenza del cristianesimo non è forse l'amore? E poi, diciamolo, non è forse vero che quella filastrocca (“Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato, della stessa sostanza del Padre ecc. ecc.”) non la capisce nessuno e tutti, alla messa della domenica, la recitano a pappagallo, e a gran velocità?
L'ignoranza (colpevole perché voluta) è la forma attuale dell'apostasia nella chiesa. Un tratto distintivo del cristianesimo rispetto a tutte le religioni è sempre stato che la fede in Cristo comporta necessariamente la conoscenza e e l'adesione al messaggio che Cristo é (prima e più ancora che al messaggio che egli porta). Cristo, infatti è il Logos di Dio che si è incarnato. È parola-ragione-discorso-dottrina-giudizio-cultura. La “parola cristiana”, la “ragione cristiana”, il “discorso cristiano”, la “dottrina cristiana”, il “giudizio cristiano”, la “cultura cristiana” non sono conseguenze, ricadute, effetti secondari dell'evento di Cristo. Se vengono intesi così, sono ideologia. Ma un Cristo che non sia logos non è il Cristo della fede cristiana.
Non c'è stato un solo momento nella storia della chiesa in cui l'adesione a Cristo, tramite il battesimo che ci incorpora a Lui, sia stata considerata possibile a prescindere da una conoscenza e un'ubbidienza di fede al suo messaggio. All'annuncio, si è sempre accompagnata una catechesi, per quanto elementare, per quanto espressa in modi semplici e adatti alle possibilità di ciascuno. La gloria della chiesa, lungo tutti i venti secoli dalla sua storia, è di avere sempre fatto il catechismo, a tutti. A tutti, anche quando quasi nessuno sapeva leggere e scrivere. A tutti, anche quando si pensava che gli schiavi o le donne o i bambini o “i selvaggi” non lo meritassero. Così facendo, la chiesa ha professato il più grande rispetto che mai si sia visto nella storia per l'intelligenza degli uomini, di tutti gli uomini. 
Un grande storico, Paul Veyne, ha detto una volta che “ogni cristiano è un intellettuale”, ed è un'osservazione geniale, se, come credo, si riferisce proprio a questo aspetto del cristianesimo. A tutti, infatti, la chiesa per secoli si è sforzata di spiegare  che Dio è uno e trino, che il Figlio è generato dal Padre ma non creato, che è Dio come lo è il Padre ma non è il Padre, che lo Spirito santo procede dal Padre e dal Figlio ... e altre cose come queste, che è necessario sapere per vivere da cristiani.
Probabilmente l'osservazione che tanti oggi recitano il credo senza pensarci, senza sapere bene che cosa dicono, e soprattutto senza rendersi conto dell'immediata ed enorme rilevanza che quelle parole apparentemente astratte hanno sulla propria vita, è realistica. Ma questo suona come un terribile atto di accusa verso di noi cristiani, e come la certificazione del disastro catechetico della chiesa contemporanea. 
La dottrina non è più cultura, si è cristallizzata in formule che non si ha ormai nemmeno più la voglia di trasmettere, perché chi dovrebbe farlo le sente come astratte, opinabili e irrilevanti.

mercoledì 10 gennaio 2018

NON GUARDARE DAL BALCONE ULTIMO INCONTRO



GIOVEDI' 11 GENNAIO ORE 20,45

SALA CACCIAGUERRA VIALE BOVIO 76 CESENA

CL IN CATTOLICA: UNA PRESENZA “POPOLARE” INDIGESTA ALLE VISIONI ELITARIE DOMINANTI


 Dopo lo sgradevole intervento di Melloni su Repubblica, ci aspettavamo una replica da parte del Movimento.   … ma forse questo non è importante


Ecco allora un intervento  di Mauro Grimoldi, insegnante di lettere al liceo Don Carlo Gnocchi di Carate Brianza, in risposta all’articolo di Alberto Melloni  e incentrato sulla presunta «egemonia di Cl» all’interno dell’ateneo milanese «decisa» secondo lo storico della Chiesa da san Giovanni Paolo II negli anni Ottanta e proseguita fino a oggi.

Inaugurazione anno accademico 2017 (foto La Presse)
Quando Giovanni Paolo II, durante la visita a Milano del maggio 1983, l’annus horribilis indicato da Melloni nel suo articolo del 4 gennaio su Repubblica, si rivolse ai docenti dell’Università cattolica, verso la fine del suo intervento si espresse in questo modo: «Sarà grazie all’impegno generoso di tutte le forze operanti nell’Università, in costante dialogo con quelle diffuse nel Paese, che si giungerà ad elaborare una vigorosa cultura cattolica e popolare, in cui liberamente si riconosca sempre più la nazione italiana nella sua tradizione rinnovata e nei suoi valori più autentici».
Lo ricordo bene, dal momento che in quegli anni ero studente in Cattolica e, con altri amici, condividevo la responsabilità della locale comunità di CL.
In fondo credo che la vera differenza tra l’impostazione di Melloni e quella di Giovanni Paolo II e Cl si comprenda a partire da questa citazione.(…)

Quella che viene presentata come «egemonia» di Cl frutto della decisione del Papa polacco (per la verità la presenza di Cl in Cattolica è iniziata nel 1969, quasi dieci anni prima dell’elezione di Giovanni Paolo II) è in realtà la proposta di una «vigorosa cultura cattolica e popolare», la cui elaborazione definisce lo scopo, secondo il testo papale, a cui tutte le componenti dell’Università, in dialogo con le forze operanti nel paese, dovrebbero tendere. Bisogna peraltro osservare che molti tra i docenti, i dirigenti e gli studenti della Cattolica, in quell’occasione e anche negli anni successivi, non hanno affatto dimostrato simpatia e accordo con il modo di intendere del Pontefice.

Al netto di ogni polemica, la differenza tra la posizione di Melloni e quella da lui indicata come propria di Giovanni Paolo II e Cl è qui: da una parte una visione elitaria (verrebbe da dire sacerdotale) della cultura e dell’educazione, dall’altra una visione popolare (laica) delle stesse.

In effetti, la nascita e lo sviluppo del movimento di Cl, e non solo, ha rappresentato un fenomeno “popolare” di grande rilievo: diverse generazioni di giovani, per cui il cristianesimo era finito, lo hanno riscoperto quanto mai vivo, capace di ridare significato e vigore alle loro esistenze, tanto da volerlo proporre a tutti in ogni ambiente della società e ad ogni livello di responsabilità fossero impegnati.

Non uno scelto manipolo di professionisti preparati, ma una “presenza” comunitaria e comunionale, non solo nelle parrocchie, ma in ogni ambiente di vita e di lavoro, che non ha generato uomini “delle” istituzioni, “dei” partiti, “di” cultura (le mitiche figure di «riserva» per dirla con Melloni), ma cattolici riconoscibili come tali (quelli “di” CL si è sempre detto), impegnati in piena e totale responsabilità personale, nelle istituzioni, nei partiti, nella cultura e via dicendo.


Così in anni in cui gli ambiti consueti di educazione cattolica si erano spopolati da un pezzo (ricordiamo ancora piazza San Pietro semideserta nella domenica delle Palme del 1975, quando i giovani cattolici convocati da Paolo VI erano in grande maggioranza i ragazzi di Cl), nelle scuole, nelle fabbriche, nelle università, negli uffici, nelle periferie e nei diversi palazzi del paese riprendeva vita una vivace, ingombrante e fastidiosa per molti, presenza di cristiani, decisi a dar ragione della loro presenza, tanto negli anni duri del terrorismo (e forse si deve a loro, insieme ai giovani del Pci, aver impedito che i gruppi armati arrivassero a giocare un ruolo, quello sì egemone, nelle scuole e nelle università) quanto in tempi solipsistici, rancorosi, come si dice, e non meno violenti come quelli che stiamo vivendo oggi.

martedì 9 gennaio 2018

CL CATTOLICI E POLITICA


 SOSTEGNO A SCUOLA E FORMAZIONE, E UN'OTTICA SUSSIDIARIA
Le parole di Mattarella e le emergenze alle voci "giovani", "lavoro", "famiglia". 

Davide Prosperi* 

Nel messaggio di fine anno il presidente Sergio Mattarella ha indicato come priorità per il Paese le questioni dei giovani e del lavoro. Facendo appello alle forze politiche affinché, nei programmi elettorali, avanzino su questi temi proposte realistiche e realizzabili. Raccogliendo tali indicazioni, quali sono, secondo lei, le ricette realizzabili che le forze politiche dovrebbero inserire nei programmi per favorire l'occupazione e lo sviluppo?
Occorre investire molto di più sul processo educativo, migliorando il sistema di istruzione: penso alla formazione professionale, a politiche di diritto allo studio e contro l’abbandono scolastico, al sostegno della scuola paritaria che sta svolgendo un ruolo indispensabile insieme alla scuola statale. Inoltre occorre sostenere le startup innovative e offrire incentivi all’occupazione giovanile. È una scommessa che vale più del calcolo dei rischi. Sono tutte cose che all’estero sono praticate da anni e hanno prodotto solo bene, essendo il motore dello sviluppo dell’intera società.
Giornata inizio anno 2017 CL Milano


E come valorizzare la condizione dei giovani, anche per evitare il distacco delle nuove generazioni dalla partecipazione alla vita politica e sociale?
Come ha sempre sottolineato don Giussani, servono luoghi che educhino l’io a un rapporto positivo con la realtà. Un giovane deve incontrare adulti che lo guardino con una stima profonda e siano in grado di accendere in lui il fuoco del desiderio di bellezza, verità, giustizia e felicità. Solo partecipando di veri ideali egli potrà percepire l’utilità di un contributo alla vita di tutti, nello studio, nel lavoro, fino alla politica. Per meno di questo si stancherà, lo vedo con i miei figli. Perciò anche in politica c’è bisogno di testimoni: è l’idea di politica come carità di cui ha parlato recentemente papa Francesco. In una situazione di disinteresse generale, di fronte all’astensionismo crescente, qualcuno può cominciare a muoversi e questo può muovere altri, mettendosi insieme. Si sta già vedendo qualche tentativo promosso anche da soggetti di ispirazione cristiana. Non è una questione da addetti ai lavori, perché per un cristiano in tutti gli aspetti del vivere, anche nella politica, è in gioco la natura della fede. Le scadenze elettorali rappresentano un passo per verificare la portata della fede nella vita, come capacità di cogliere i bisogni della gente e di immaginare risposte adeguate ad essi.

Un'altra emergenza, in parte collegata ai temi del giovani e del lavoro, è sicuramente quella della denatalità che colpisce il nostro Paese. Quali misure andrebbero proposte per favorire la formazione di nuove famiglie e le nascite?
La difficoltà a fare famiglia è un segno di quello che papa Francesco chiama "cambiamento d’epoca". «Non metterò mai al mondo un figlio. Con che coraggio condanno un altro poveretto all’infelicità?», ha dichiarato un giovane a una cena. Si tratta di una crisi antropologica, che nessuna riforma o legge potrà risolvere, perché affonda nell’autocoscienza di ciascuno e in una mancata educazione ideale della persona. Perciò, le politiche pubbliche dovrebbero rimuovere gli ostacoli che impediscono a tanti giovani di mettere su famiglia e che scoraggiano chi vorrebbe avere figli: penso, per esempio, a una politica tributaria meno gravosa, alla conciliazione tra lavoro e incombenze familiari, a sussidi adeguati alle famiglie numerose, a servizi di cura più accessibili e a una maggiore attenzione nelle politiche sulla casa. La famiglia è un bene essenziale per la società, ma ha bisogno di essere protetta. In termini positivi, ogni intervento pubblico non dovrebbe prescindere – in un’ottica sussidiaria – dalle iniziative di persone e realtà sociali che dal basso costruiscono risposte ai problemi.

(da Avvenire, 7 gennaio 2018)


*Vicepresidente della Fraternità di Comunione e Liberazione

domenica 7 gennaio 2018

MELLONI: CL HA ROVINATO L’UNIVERSITÀ CATTOLICA

MELLONI:  WOJTYLA DIEDE EGEMONIA AI CIELLINI ROVINANDO LA CULTURA

Alberto Melloni vede un unico responsabile della rovina culturale italiana, in ambito accademico e non solo: Comunione e Liberazione.

Si riaccende la polemica - in maniera del tutto gratuita - sulla presenza storica dei ragazzi e delle ragazze di Cl in Università, affascinate dal genio educativo di Don Luigi Giussani: secondo lo storico studioso del cristianesimo, commentando su Repubblica la recente uscita del volume “Per una storia dell’Università Cattolica”, l’Ateneo milanese ha cominciato il suo declino proprio con una maggiore presenza dei ciellini nella vita pubblica universitaria.
 Riavvolgiamo un attimo il nastro e vediamo il perché (anche se alquanto misterioso, ndr) e il come sarebbe successo tutto questo secondo “parole e opere” di Melloni.
Arrivano i ciellini
In un fondo su Repubblica uscito il 4 gennaio scorso, Melloni spiega come l’Università Cattolica fondata da Padre Gemelli aveva inizialmente il carattere «medievalista, filo fascista e dall’aspirazione di un nazional-cattolicesimo autoritario», ma che poi grazie all’influenza del «cattolicesimo liberale di Nicola Raponi si è prodotta una fetta consistente della classe dirigente dell’Italia repubblicana, in età costituente, democristiana e perfino post-democristiana».
Se già in queste righe Melloni aveva dato libero sfogo ad una invettiva con molte “ardite” posizioni, quanto scrive dopo le supera di gran lunga.

A CL LA COLPA DELLA ROVINA CULTURALE ITALIANA

«Mentre laureava torme di cattolici, la Cattolica forniva anche al Paese un pregiato e ristretto nucleo di giuristi, economisti, filosofi, storici con un ritmo costante»: ecco, tutto questo però per Melloni ebbe una data di scadenza, o meglio, di inizio “rovina”.

«Tutto finì nel 1983 quando Giovanni Paolo II decise che doveva iniziare l’egemonia di Cl, con poche concessioni ad altri movimenti: quel passaggio che voleva portare un supplemento di muscolari al posto delle mediazioni», scrive ancora Melloni, «ha invece segnato l’inizio della sterilità della Cattolica che dura da un terzo di secolo».

Un attacco durissimo, con pochi riferimenti e per di più dando la “paternità” di quel gesto al Santo Pontefice Giovanni Paolo II che tra un’egemonia e l’altra avrebbe anche aiutato ad abbattere il Muro di Berlino testimoniando Cristo ai quattro angoli del globo. «Un danno al Paese incalcolabile», continua nella sua invettiva lo storico del cristianesimo su Repubblica, «negli oltre tre decenni che abbiamo alle spalle l’Italia ha assistito ad una semina di incultura, risentimenti, pedagogia del disprezzo, denigrazione metodica delle istituzioni, sdoganamento del turpiloqui che è sempre fascista, ebrezza da disintermediazione, manipolata vicinanza alla gente». Insomma, in soldoni è tutta colpa di Cl e del Papa: per chiudere in “bellezza”, Melloni si chiede dove andremo a finire oggi di questo passo (già, ce lo chiediamo anche noi, ma per altri motivi.. ndr).

05 gennaio 2018 niccolò magnani il sussidiarionet


N.B. A Bologna gli applausi di Carron a Melloni

Il 30 novembre scorso all’Auditorium Europa di Bologna si è tenuta la presentazione del libro (Dov’è Dio? La fede cristiana al tempo della grande incertezza) intervista di Andrea Tornielli a Carron. A dialogare col leader di Cl c’erano l’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi e Alberto Melloni.

Gli applausi più convinti alle parole uscite dalla bocca di Alberto Melloni sono stati quelli di Carron. L’unico riferimento degno di nota fatto dal professore della scuola dossettiana bolognese è stato a proposito di Claudio Chieffo, valorizzato all’apparenza, ma ai più anziani presenti in sala l’assist di Melloni è suonato come uno sberleffo: «il più grande teologo di CL è stato Claudio Chieffo», ha detto. Melloni ha ricevuto applausi per frasi del tipo “la vita cristiana non rende il chirurgo che va in corsia più felice degli altri chirurghi”. O per attacchi demolitori verso le nazioni di tradizione cristiana: “l’Italia si trova in una condizione geospirituale molto particolare: c’è un vento xenofobo, autoritario, fascista, antisemita che soffia nelle terre cattoliche in maniera poderosa: Polonia, Repubblica Ceca e Repubblica Slovacca, Slovenia, Ungheria, Austria, Lombardia e Veneto, noi siamo sotto il Po e siamo a posto”. Come se non spalancare le porte davanti alla immigrazione incondizionata e sregolata fosse tout court xenofobia.
nota di Paolo Facciotto

sabato 6 gennaio 2018

UNA NUOVA “IDEA” PER L’ITALIA

GAETANO QUAGLIARIELLO 

Ieri si chiuso l’accordo tra Udc e Noi con l’Italia e oggi l’annuncio dell’intesa con il suo movimento, Idea. Come si è arrivati a questo risultato?

Noi abbiamo sempre detto una cosa: la cosiddetta ‘quarta gamba’ avrebbe dovuto preservare l’autonomia di ogni singola componente, dando un riferimento a quegli elettori delle liste civiche, cristiani, liberali e conservatori, che non si riconoscevano nei partiti tradizionali di centrodestra. All’inizio, purtroppo, l’impostazione prevalsa non è stata questa ma, piuttosto, quella della creazione di un nuovo soggetto politico, cosa auspicabile ma non scontata, che andrebbe costruita con serietà e pazienza. Ora, invece, si è affermata un’impostazione diversa di tipo federativo. Idea, quindi, può entrarci con la sua autonomia. Su questa base ci siamo.
Cosa è cambiato rispetto alle scorse settimane?

Noi con l’Italia aveva dato vita ad un vero e proprio partito, stilando anche un organigramma. Quella che nasce oggi è, invece, una cosa completamente differente che può puntare a superare di gran lunga il 4% e che consente alle varie componenti di preservare la loro autonomia.
Esattamente lo schema che avevo proposto inizialmente e sul quale si è creata l’incomprensione. Oggi l’incomprensione è superata.

Nei prossimi giorni sarà convocato il tavolo del centrodestra. Accanto a Berlusconi, Salvini e Meloni siederete anche voi?

Io credo sia un bene che questa componete ci sia. Penso anche che sia nell’interesse di quelli che oggi sono più distanti avere una forza che renda la coalizione autonoma e che dia al centrodestra la possibilità di governare da solo. Ovviamente queste garanzie devono essere ricercate in un tavolo comune. Se il centrodestra sarà autonomo dal punto di vista dei numeri anche le possibilità che si creino strane alleanze e governi di larghe intese saranno oggettivamente scongiurate.

Quale sarà il contributo di Idea nella definizione del programma elettorale?

La nostra identità non è lavorare alla “cosa centrista”, ma realizzare una “cosa da ventunesimo secolo”, legata ai temi della contemporaneità – dall’immigrazione alla bioetica – avendo come riferimento l’esperienza inclusiva del PDL.
Noi abbiamo disegni di legge già pronti sui temi bio-etici, sulla condizione giovanile, la ricostruzione nelle zone terremotate, la tutela dei risparmiatori, il rapporto tra Bankitalia e la Consob. E ancora, la riforma fiscale (flat tax), la legge sull’equo compenso e sui lavori usuranti. Non stiamo parlando di idee astratte ma di progetti di legge predisposti e che possono entrare come priorità in un Consiglio dei Ministri. Ovviamente si tratta di proposte che, prima di tutto, condivideremo con la nostra componete ma che poi porteremo al tavolo del centrodestra, magari proprio a partire dal prossimo incontro.
Come costituzionalista non credo che si possa parlare di grande riforma costituzionale, tuttavia, sono convinto che si possano comunque realizzare alcuni interventi importanti, sia per migliorare il bicameralismo, rendendolo più moderno e meno farraginoso, che nel rapporto tra Stato e Regioni in favore di una visione sussidiaria dello Stato e della valorizzazione dei corpi intermedi. Non parlerei però, fosse anche per scaramanzia, di grande riforma.

Tra le richieste avanzate dal leader del Carroccio c’è anche quella di sottoscrivere un ‘patto anti inciucio’.

Io credo che il vincolo di mandato sia contrario alle logiche della democrazia parlamentare. D’altra parte, però, un patto ‘anti-renzismo’ Idea lo ha già firmato con i fatti quando tutti si affannavano a salire sul carro del vincitore. Credo che per noi, e per la nostra volontà di non avere nulla a che fare con il renzismo, parli la storia di questi due anni e mezzo.

Tratto in parte da Formiche.net e da una intervista a Quagliarello dalla Gazzetta del Mezzogiorno

lunedì 1 gennaio 2018

CAPODANNO NON E’ NIENTE

LEONARDO LUGARESI
Piero della Francesca, Madonna della Misericordia
Capodanno non è niente, se non la nostalgia (e l'illusione) dell'inizio. Abbiamo tutti un profondo, permanente bisogno di “iniziare”: perché, se no, saremmo sempre alla ricerca di novità? In realtà, quello che cerchiamo non è il nuovo (questo è l'inganno del mito moderno del progresso), ma l'iniziale. “Cominciare”: ecco la cosa più bella che ci è dato di provare nella vita.
Lo dice benissimo Ungaretti, in una poesia che tutti abbiamo studiato a scuola: «Godere un solo / minuto di vita / iniziale». A questo aneliamo, tutti e sempre: il «paese innocente» che cerchiamo è il mondo “appena uscito dalle mani amorose di Dio”.
Questo, per me, è il punto: l'inizio che bramiamo non è davanti a noi, questa è l'illusione del nuovo, subito decrepita (quanto ci metterà il 2018 a diventare vecchio?). Come dice il poeta, «A ogni / nuovo / clima / che incontro / mi trovo / languente / che / una volta / già gli ero stato / assuefatto // E me ne stacco sempre / straniero».
No, l'inizio è dietro di noi, ci precede, ci costituisce nell'essere. «In principio Dio creò il cielo e la terra» (Bereshit bara Elohim et hashamayim ve'et ha'arets ). La nostra nostalgia dell'inizio è, in verità, desiderio di ritrovare quel punto in cui l'Eterno tocca il tempo, anzi, toccandolo lo crea.
Ma proprio questo è possibile, è reale nell'esperienza della fede cristiana. Perché essa ci rivela l'ora di Dio. Nell'Eterno non c'è passato: è ora che Dio crea il mondo; ora lo redime; ora lo porta a compimento. Il già e il non ancora (e il calendario) appartengono del tutto alla nostra temporalità: quando questa è sfiorata dall'Eterno la grazia dell' ora l'avvolge. (Proprio adesso Maria sta concependo il Figlio, proprio adesso è Madre di Dio, proprio adesso - in ogni messa che si celebra sulla faccia della terra . il Figlio versa il suo sangue, proprio adesso il mondo finisce - per tutti coloro che stanno morendo ...)
È sempre capodanno.