mercoledì 19 luglio 2017

CARO SPADARO IMPARARE DALLA REALTA’ SERVE ANCHE AI GESUITI


NEGLI USA LA VERA TEOCRAZIA È QUELLA DEI LAICISTI
di Robert Royal*

Percival Lowell faceva parte dell’illustre famiglia Lowell di Boston, laurea ad Harvard, fondatore dell’Osservatorio Lowell, il più importante astronomo americano dicono alcuni prima di Carl Sagan. Sulla base di ciò che riteneva essere accurate osservazioni scientifiche, credeva anche che su Marte ci fossero dei canali e scrisse diversi libri per indagare i motivi che avrebbe potuto spingere i marziani a un’impresa così vasta.
Sfortunatamente, le sue “osservazioni” erano un’illusione ottica (come molti scienziati suoi contemporanei già sapevano) e le recenti esplorazioni di Marte non hanno scoperto alcun segno della civiltà che Lowell riteneva essere un tempo esistita su quel pianeta. 

Padre Antonio Spadaro S.J., direttore de La Civiltà Cattolica, e Marcelo Figueroa, un presbiteriano scelto personalmente da Papa Francesco per dirigere l’edizione argentina de L’Osservatore Romano, hanno recentemente pubblicato osservazioni assai controverse su Fondamentalismo evangelicale e integralismo cattolico. Un sorprendente ecumenismo.

Ebbene, sono destinati, per buone ragioni, a subire il medesimo destino toccato al povero Percival Lowell. Non è che non forniscano alcuni dati veri. Ma, come molti osservatori che sanno poco della realtà concreta che descrivono, fraintendono la portata e il significato relativi di quasi tutto.

Per esempio, considerano Rousas John Rushdoony una figura marginale oggi sconosciuta alla maggioranza degli evangelicali e assai criticata da quanti invece lo conoscono, uno dei punti di riferimento maggiori solo perché la sua visione teocratica calza a pennello con la loro tesi sul rapporto che negli Stati Uniti esiste fra religiosità e politica conservatrici.

In molti altri casi, collegano invece fatti più che disparati con ancor meno giustificazioni di quante ne avesse chi un tempo credeva nei canali di Marte.
Ciò che temono maggiormente è che la collaborazione fra cattolici ed evangelicali nel combattere la guerra culturale negli Stati Uniti nasconda in realtà il tentativo d’instaurare una teocrazia. Di solito però accuse di questo genere le si sente rivolgere da ambienti come la Planned Parenthood, i gruppi dell’attivismo omosessualista o gli accademici di frangia. Non dal Vaticano.
Per di più, opinano i due autori, i protagonisti di questo «sorprendente ecumenismo» indulgono in una visione manichea del Bene contrapposto al Male che considera gli Stati Uniti come la Terra Promessa e i nemici degli Stati Uniti come qui nemici di Dio che è semplicemente giusto distruggere, letteralmente, con le nostre forze armate.
Ora, considerare questo il cuore dell’alleanza fra evangelicali e cattolici è così delirante che un cattolico non può che provare imbarazzo davanti al fatto che un periodico che si presuppone revisionato e autorizzato dal Vaticano pubblichi una sciocchezza tanto calunniosa. I due autori avrebbero fatto meglio a uscire di casa e a guardare un po’ di Stati Uniti piuttosto che, a quanto sembra, passare così tanto tempo con i sociologi di sinistra della religione.

Sì, negli Stati Uniti esiste qualcosa che assomiglia al sorgere di una teocrazia fondata su una visione manichea. Ma è la teocrazia dell’assolutismo sessuale che non è capace di tollerare il pluralismo o il dissenso. Le Piccole sorelle dei poveri, Hobby Lobby, i fornai evangelici e chiunque si opponga allo tsunami contraccettivo-abortista-omosessualista-(e oggi)-transgender rischia di essere trascinato in tribunale come uno “hate group”. (Spadaro e Figueroa riecheggiano questa pretesa là dove affermano che l’alleanza fra evangelicali e cattolici incarna una visione purista xenofoba e islamofoba che di fatto configura un «ecumenismo dell’odio».)

Combattere la teocrazia sessuale è un imperativo per tutti coloro che, credenti o non credenti, abbiano a cuore la libertà e il bene comune di una società pluralista. Fino a questo momento, i difensori della libertà religiosa che i tribunali si sono trovati davanti sono stati soprattutto cattolici ed evangelicali. Ma lo stesso fatto che certe questioni debbano essere portate davanti alle corti di giustizia rivela chi è che sta davvero cercando d’imporre una sorte di totalitarismo agli Stati Uniti. La maggior parte di quanti, cattolici, evangelicali, ebrei, musulmani e fedeli di altre confessioni, restano fedeli alla propria tradizione religiosa sarebbe infatti felice, a  questo punto, di essere semplicemente lasciata in pace.

Ma tutto questo è invisibile agli occhi di Spadaro e di Figueroa, oppure viene da loro rigettato perché giudicato mera copertura di qualcosa di sinistro. Spadaro e Figueroa non conoscono infatti il cuore dell’evangelicalismo statunitense, in genere più prossimo all’assennatezza di un Russell Moore che alla cecità del fondamentalismo (motivo per cui usiamo termini diversi per indicare i due gruppi). Il termine “integralisti” con cui etichettano i conservatori cattolici degli Stati Uniti è del resto un’altra calunnia, oltre che essere l’applicazione scorretta e superficiale di un termine relativo a un determinato periodo della storia europea a una realtà completamente diversa. Lo avrebbero potuto imparare facilmente.
I due autori sostengono quindi che Papa Francesco delinei un’alternativa al cristianesimo “militante”. Ma la loro ossessione per il “dialogo” su queste materie è una strategia plausibile solo per gente che non ha mai dovuto affrontare la lama affilata della guerra culturale. E che crede di poterla evitare all’infinito. Ma che in realtà non può farlo.
A questa controversia di tenore internazionale la settimana scorsa ha aggiunto poi del suo anche Papa Francesco. Se dobbiamo credere al suo frequente interlocutore Eugenio Scalfari patron del socialista la Repubblica (personalmente trovo vagamente credibile solo il 25% circa di ciò che egli “riporta”), appena prima della riunione del G20 ad Amburgo il Pontefice ha parlato della «[...] visione distorta del mondo» che hanno gli Stati Uniti e la Russia, la Cina e la Corea del Nord, specialmente sull’immigrazione.

Molti americani si sono alterati per il fatto che il Papa abbia incluso anche noi fra certi malfattori. Se intendeva dire di non essere d’accordo con il presidente Donald J. Trump, forse avrebbe dovuto dire esattamente quello.
Il Pontefice ha così proseguito affermando, nel racconto forse confuso di Scalfari, che un’«Europa federata» è necessaria affinché il Vecchio Continente smetta di contare nulla nel mondo. Il che è curioso per diverse ragioni. In altri contesti, il Papa è sembrato avere rinunciato all’Europa, attendendosi piuttosto il rinnovamento dalle “periferie”. Inoltre, l’Unione Europea è già «federata», forse persino troppo.
Due settimane fa ero a un convegno in Portogallo dove le ripetute richieste tedesche di «legami ancora più stretti» fra i Paesi europei hanno preoccupato tutti tranne appunto i tedeschi. In convegni di quel tipo è un classico lamentarsi dell’inaffidabilità politica e dell’arroganza della UE, così come dell’incombere del potere finanziario della Germania.
In un’ultima analisi, l’Europa conta poco perché è al collasso demografico, è spiritualmente e culturalmente alla deriva, non ha i mezzi per difendersi da sé e sembra pensare che la propria unica ragione di esistere sia “aprirsi” alle altre culture.
Dal canto loro, gli Stati Uniti hanno moltissimi problemi gravi, ma godono ancora di un attivo impegno religioso sulla scena pubblica; stanno avanzando seppur a tentoni verso il rinnovamento politico e culturale; e per inciso continuano ad accogliere oltre un milione d’immigrati legali all’anno.
Forse queste cose sarebbe meglio notarle, ogni tanto, a Roma.
19-07-2017
Traduzione di Marco Respinti
* Robert Royal è il direttore del portale The Catholic Thing e il presidente del Faith and Reason Institute di Washington. La versione originale di questo articolo, che qui si riproduce in traduzione italiana con il permesso dell’editore e del direttore, è stata pubblicata il 17 luglio 2017 su The Catholic Thing con il titolo Are Americans from Mar


I BAMBINI DI RATISBONA

Non si può spiegare sempre tutto con l'odio per la Chiesa
Scandalo pedofilia nella chiesa: il rapporto dell'avvocato Ulrich Weber parla di violenze e abusi commessi nel coro di Ratisbona. Quello diretto da Georg Ratzinger.
19 LUGLIO 2017 FEDERICO PICHETTO
547 casi di abusi sui minori, di cui 67 a sfondo sessuale, scuotono la chiesa di Ratisbona e di tutto l'Occidente. Si parla di violenze avvenute tra il 1945 e il 1992, le agenzie di stampa tedesche raccontano che i casi di molestie e di pedofilia sarebbero stati compiuti tra il 1960 e il 1972. Il tutto nel più prestigioso coro di voci bianche del mondo, quel "Regensburger Domspatzen" diretto da Georg Ratzinger, fratello del pontefice emerito, tra il 1964 e il 1994. Nei prossimi giorni ci sarà tempo e modo di approfondire le informazioni, capire meglio le vicende, ma già oggi, con l'eco suscitata dalla notizia in Italia, si possono comunque prendere in considerazioni alcuni semplici elementi di riflessione.
1) Il colpo della notizia è soprattutto mediatico. Infatti a diffonderla è stata la Chiesa stessa, per mezzo dell'avvocato Ulrich Weber, incaricato dai vertici ecclesiastici di indagare su quanto fosse avvenuto a Ratisbona e — quindi — di diffondere la verità. L'elemento di novità è sotto gli occhi di tutti: la Chiesa che in prima persona ha il coraggio di guardare il proprio male, male che si annida nel cuore di noi uomini che ne facciamo parte, e denunciarlo. Non è poca cosa, considerando che già diversi dei responsabili di questi atroci crimini sono morti e che tutto poteva essere ancora una volta insabbiato. C'è molta divisione poi tra le "vittime": alcune arrivano perfino a giustificare le maniere violente come uno spirito del tempo che attraversava tutta l'educazione tedesca del dopoguerra.
2) Questo ci introduce ad un'altra riflessione: la notizia porta con sé qualcosa di perverso. La perversione di uomini di fede, votati alla causa dei piccoli e degli umili per cui Cristo è morto, che tradiscono quella stessa causa pugnalando a morte la stessa fede che li ha generati; la perversione di chi vorrebbe approfittare di un coinvolgimento più o meno diretto del fratello di Benedetto XVI per delimitare per l'ennesima volta il confine fra le due chiese, quella di Francesco pulita e trasparente e quella di Ratzinger opaca e sporca, dimenticando che fu Ratzinger stesso a volere tutte queste inchieste e che oggi, senza di lui, nessuno qui potrebbe commentare niente (come scrive soddisfatto il Melloni di Repubblica nda); infine la perversione di un metodo educativo che alberga nelle tenebre dei cuori di mezza Europa. La violenza, in misura minore o maggiore, è stata ritenuta quasi fino ad ieri una delle modalità più idonee all'educazione. E' il fantasma che si agita in tutta quella generazione sopravvissuta alla seconda guerra mondiale, ma profondamente segnata da un'impronta autoritaria e folle. Su queste tre perversioni molto ci sarà ancora da dire e da scrivere.
3) L'osservazione che tuttavia più interessa è l'ultima. L'amplificazione mediatica di tutti questi casi, ma anche uno solo di essi sarebbe giustamente da amplificare, nasconde un non-detto, sottende una considerazione terribile. Ogni volta che una notizia del genere appare sui media sembra che tutto l'Occidente voglia dire alla Chiesa: "Ecco, avete visto? Questo voi siete, questo ci avete fatto, per questo facciamo bene ad odiarvi e a volervi distruggere, sporchi pedofili che non siete altro". Tutto questo fa male, Ratzinger in persona una volta ne pianse pubblicamente, ma — a bene vedere — racconta due verità che non si possono bypassare: c'è un odio nei confronti della Chiesa, un risentimento radicato, che non è soltanto ideologia o propaganda. La Chiesa ha abbandonato l'umanità e l'umanità, il nostro essere umani, ha spesso abbandonato la Chiesa. Di conseguenza, la seconda verità è che molte delle testimonianze date agli uomini del nostro tempo sono come dei vaccini: trasmettono quel tanto di cristianesimo da poter immunizzare intere aree sociali, intere regioni, interi popoli. Il nostro comportamento ha vaccinato l'Occidente dal fatto cristiano e ha lasciato nel cuore di molti un risentimento su cui l'ideologia ha trovato terreno fertile.
Non dobbiamo pensare che dietro tutto questo ci sia solo un accanimento massonico anti-cristiano. C'è anche una parte della nostra storia e del nostro male che solo la forza dei Papi ci sta dando il coraggio di guardare in faccia. L'unico modo per battere un vaccino è che la malattia arrivi così forte da ribaltare tutto. L'unica speranza per il nostro tempo è che il cristianesimo sia vissuto con una tale serietà e radicalità da sopraffare ogni vaccino, da riportare gli uomini di fronte a quel Mistero di Dio che, dinnanzi a quei bambini violati dalle nostre mani, piange e continua a chiedere semplicemente un nuovo inizio, la conversione del nostro cuore.


LA BONINO PARLERA’ IN UNA CHIESA IL 26 LUGLIO

MARCO TOSATTI
Emma Bonino il 26 luglio entrerà in Chiesa, in una chiesa, in provincia di Biella. Ma non credo che lo farà per compiere quello che potrebbe essere il motivo principale e meraviglioso di una visita in un luogo sacro: chiedere perdono a Dio e agli uomini per la sua partecipazione, attiva, personale, diretta e indiretta alla soppressione di un numero straordinario di esseri umani. Dal 1968 ad oggi, in Italia, circa sei milioni di bambini abortiti (legali).
Come racconta Danilo Quinto nel suo blog, l’esponente più in vista del diritto all’aborto (famosa la sua foto pubblicata su un settimanale mentre praticava un aborto con una pompa da bicicletta) parlerà nella chiesa dedicata a San Defendente, a Ronco di Cossato, vicino a Biella, il prossimo 26 luglio, in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato 2017, per presentare la campagna “ERO STRANIERO – L’umanità che fa bene”. Una campagna alla quale ha dato la sua adesione anche papa Bergoglio. Parteciperà Walter Massa, coordinatore nazionale della commissione immigrazione dell’ARCI e modererà il parroco, don Marco Marchiori.

D’altronde, perché no? Un Pontefice che preferiamo sperare poco informato nello specifico, o informato male, ha definito Emma Bonino una “grande italiana”. E si presume che adesso, dopo aver contribuito fattivamente a privare questo Paese di una enorme quantità di esseri umani, potrà – in chiesa – propagandare il simpatico programma di sostituzione etnica in corso in Italia.
Spero che fra le persone che saranno in chiesa il 26 luglio ci sia qualcuno che si alzi in piedi, e cortesemente e con molta chiarezza chieda conto di tutto ciò.
Mentre leggevo questo post del coraggioso Danilo Quinto, mi venivano in mente le parole di Benedetto XVI in occasione delle esequie del card. Joachim Meisner.
“Ciò che mi ha colpito particolarmente nei recenti colloqui con il defunto cardinale sono state la serenità, la gioia interiore e la fiducia che aveva raggiunto. Sappiamo che per lui, appassionato curatore di anime, risultava difficile lasciare il suo ufficio e proprio in un momento in cui la Chiesa ha bisogno di pastori che sappiano resistere alla dittatura dello spirito del tempo e vivere e pensare con decisione in conformità con la fede.
Ma mi ha commosso ancora di più il fatto che in quest’ultimo periodo della sua vita abbia imparato a prendere le cose più serenamente e che vivesse sempre più nella profonda consapevolezza che il Signore non abbandona mai la sua Chiesa, anche se a volte la barca si è riempita [d’acqua] fino quasi a capovolgersi”.

Pastori che sappiano resistere alla dittatura dello spirito del tempo…


martedì 18 luglio 2017

L’OCCIDENTE MARCIA VERSO L' EUTANASIA DEI SUOI VALORI FONDANTI

INTERVISTA AL CARDINALE ROBERT SARAH

intervista di Matteo Matzuzzi, pubblicata su Il Foglio, 11 Luglio 2017

Parlare della necessità di riscoprire il silenzio, nel chiasso contemporaneo dominato dalla "dittatura del rumore", è impresa ostica. Ci ha provato, nel suo ultimo libro, La forza del silenzio. Contro la dittatura del rumore, uscito il 6 luglio presso Cantagalli, il cardinale Robert Sarah, prefetto della congregazione per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti.
"Il nostro mondo non comprende più Dio perché parla continuamente", scrive il porporato guineano, che collega in più d' un passaggio la mancanza di silenzio alla crisi che sta sferzando come un vento impetuoso l'occidente. Una crisi che, dice Sarah al Foglio, "non si era mai verificata nella storia dell'umanità. Si è escluso Dio dalla vita dell'uomo e della società, l'uomo è diventato centro e fine di tutto. Si è perso di vista ciò che è evidente, la legge naturale che è profondamente legata alla morale e alla vita di fede
Queste negazioni della vita stessa si concretizzano nelle leggi approvate da diversi stati occidentali che negano il rispetto sacro della vita, della famiglia naturale, affermando di fatto un relativismo etico e imponendo in modo totalitario una morale completamente contraria alla realizzazione della persona umana. Con le leggi che non rispettano la sacralità della vita - prosegue Sarah -, della famiglia, del matrimonio, delle persone con un handicap, così come con la legalizzazione dell'aborto, dell'eutanasia, delle unioni omosessuali, l'occidente europeo (e non solo) sta marciando verso una generale eutanasia dei suoi valori fondanti che hanno per secoli illuminato il cammino dei popoli".


Sono crollate tutte le evidenze, del senso religioso proprio dell'Europa d' un tempo è rimasto un ricordo sbiadito. Insomma, dice il cardinale nominato a soli 34 anni arcivescovo della capi tale del suo paese, Conakry, nel 1979, "non è esagerato affermare che l'occidente sta perpetrando un genocidio della sua popolazione". Ed è forse l'incapacità dell'uomo occidentale di ascoltare il Dio silenzioso che ha originato la crisi antropologica che sta caratterizzando la nostra società. Crisi che per Sarah "è gravissima; l'occidente non percepisce più né la dimensione contingente, pneumatologica, né la dimensione metafisica: la dimensione essenziale dell'essere umano che precede la componente percettibile ai sensi. L' uomo - prosegue - rimane oggi molto ancorato alle sue più basse aspettative di realizzazione, incapace di salire verso Dio, verso il trascendente, scambiando per emancipazione lo scollamento da ogni realtà spirituale. Staccato da ogni visione divina della vita, l'uomo occidentale sta morendo lentamente, perché non alimentato dal divino".

venerdì 14 luglio 2017

LA STRANIERA

Il vescovo che affronta il segreto della Chiesa prostituta e Madonna
Nel saggio «La straniera» il patriarca di Reggio Emilia vicino al Papa trascina la comunità dei credenti fuori dai tradizionali confini della fede

Massimo Camisasca è un vescovo. Come tale è incaricato di difendere il gregge dai lupi. Di norma la scelta più praticata attualmente dai pastori è di lisciare il pelo all’opinione pubblica, cercando di conformarsi alla sua mentalità. Sopravvivere, aggrappandosi alla narrazione di ciò che è gradito ai più. Purché non infieriscano più. Lui rischia un’altra strada. Segue l’indicazione di Francesco, che Massimo Camisasca frequentava quando lui era semplice prete, seppur fondatore e responsabile dei Missionari di San Carlo, e il Papa era cardinale a Buenos Aires. Non bisogna custodire la Chiesa come un castello, magari con il ponte levatoio abbassato sperando che ci entri qualcuno. No. La fa uscire da se stessa. La porta fuori dai confini che le hanno assegnato i nemici e la pigrizia compiaciuta dei fedeli. E la trascina dove sei adesso tu che mi stai leggendo: sia che tu ci creda, sia che ti paia un’estranea, una straniera questuante, una zingara di cui diffidare, magari da rispedire al suo paese.

Ecco Camisasca propone al mondo un tema ostico, il segreto di questa creatura che è fatta di uomini peccatori ed è insieme immacolata. Prostituta e Madonna. Il suo libro infatti si intitola: La straniera. Meditazioni sulla Chiesa (San Paolo, pp. 118, euro 14). Garantisco: entrare in quelle pagine è una bellissima avventura. Uno strano e straordinario libro per l’estate. A chiamarla così, «La straniera», fu nel secolo scorso Thomas S. Eliot, premio Nobel della letteratura. Un poeta immenso. Con quel nome, ne sigillò l’essenza e insieme ne prefigurava il destino negli anni a venire. La Chiesa non ha patria. «Voi non avete patria» disse san Giovanni Paolo II a don Luigi Giussani e a don Massimo che l’accompagnava.

Camisasca non fa nulla per smussare il concetto, renderlo meno scandaloso. Ma accompagna dentro questa compagnia che è molto di più della somma dei suoi appartenenti: è il luogo insieme incantato e povero in cui si rende presente il significato del mondo, insomma, Gesù Cristo. Non è la luce del mondo, quello è solo Cristo, il Sole. La Chiesa è la Luna, riflette quei raggi, qualche volta si nasconde. Ma nelle notti del nostro cammino la Luna ci accompagna con il suo tenue chiarore. Camisasca ci spiega perché lui ama questa donna, che è la Chiesa. Essa, dopo la fine del mondo non esisterà più, in cielo non ci sarà. Bisogna fare in fretta ad amarla dunque. È una donna bellissima, una «straniera» meravigliosa, altrimenti Cristo non sarebbe morto per lei, non l’avrebbe bagnata con il sangue e l’acqua del suo costato trafitto dalla lancia di Longino.

Camisasca è coraggioso. I libri sulla Chiesa non vendono. E’ una regola del marketing in generale, e di quello dei libri religiosi in particolare. Non si conoscono monumenti famosi dedicati a una comunità, a un’idea. E stavolta c’è una ragione specifica che va oltre lo schema generale. La Chiesa sta sulle scatole quasi a tutti. Persino i cattolici se ne vergognano (e così, non lo sanno, ma si vergognano di Gesù). Credono tutti quanti di conoscerla fin troppo. A lungo si è detto: Gesù sì, la Chiesa no. Adesso prevale un’altra contrapposizione: il Papa sì, la Chiesa no. Bergoglio è tenero, misericordioso; la Chiesa è un nido di corruzione e pedofilia. O anche quando non sia ridotta a questi livelli di infamia, la si tollera appena come opera sociale, tiene a bada i ragazzi scapestrati grazie al prete dell’oratorio, ma nessuno o quasi osa più azzardarsi a supporvi qualche traccia di divino. La scintilla eterna c’è in tutte le creature, uomini e donne, cani, gatti e camosci. Ma lì no.

Molti pensano che anche papa Francesco non l’apprezzi, infatti non lesina qualche colpo di verga (come raccomanda peraltro la lettera agli Ebrei) ai fedeli, specie se hanno alti titoli ecclesiastici, e magari vestono la porpora. Una dicotomia tra Papa e Chiesa che è registrata millimetricamente nei sondaggi. In essi va fortissimo il Pontefice, mentre la Chiesa scivola sempre più giù. E questo in Italia, figuriamoci altrove. Secondo una ricerca Ipsos, curata da Ilvo Diamanti con criteri di assoluta validità scientifica, il Vescovo di Roma «venuto dalla fine del mondo» riscuote «molta o moltissima fiducia» tra 82 italiani su cento. Batte tutti di gran lunga (gennaio 2017). La stessa parola “Papa” evoca speranza più di qualsiasi altro termine (nuova inchiesta, luglio 2017). La Chiesa invece è bocciata, affonda, è calpestata: soltanto 44 su cento si fidano di lei. Un quattro e mezzo scarso, tradotto in voti scolastici. Colpisce lo spezzarsi della identità di percezione tra il Pastore universale e la sua casa, la sua famiglia, la sua “donna”.

Questo libro aiuta a colmare questo iato, lega indissolubilmente la Chiesa (e il Papa) non solo quella primitiva, ma quella di oggi, a Gesù Cristo e al Vangelo. Il linguaggio è straordinario, di una poeticità che consente di contemplare la bellezza di questa creatura umano-divina. Camisasca te la fa guardare negli occhi, la vedi nella figura femminile, leggera e deliziosa, del Cantico dei Cantici, nel volto di ragazza della Vergine Maria.

Egli la descrive come completamente innamorata del suo Giuseppe. Forse solo un altro vescovo poeta, Tonino Bello (oggi in corsa verso gli altari), aveva raccontato senza moralismi sciapi questi sentimenti della giovane ebrea di Nazareth. Bello (morto nel 1993, a 58 anni) era pugliese, ed è stato presule a Molfetta. Camisasca è milanese, fatto prete a Bergamo, nella Comunità del Paradiso, ed è pastore a Reggio Emilia. È stato (ed è) discepolo di don Luigi Giussani. Nelle pagine si sente il profumo dello stesso amore per Cristo e la Chiesa. Della quale Giussani diceva, citando con semplicità il più grande e complicato teologo luterano del ’900, Karl Bath: «La Chiesa? La Chiesa è un mistero».


martedì 11 luglio 2017

DA NON PERDERE


Cari Amici,

A trent'anni di distanza, il discorso ad Assago di Don Giussani si rivela attualissimo.

L'incontro organizzato da Esserci svoltosi recentemente a Milano, è stato un successo. 

Le testimonianze di Formigoni e Cesana hanno documentato lo svolgimento di quel profetico ed incisivo intervento. 


Vi invitiamo dunque a guardare il video dell'evento: Potere vs Desiderio? - YouTube  (CTRL+CLICK)



domenica 9 luglio 2017

L’UNICA COSA CHE FA PENSARE DI TUTTA LA NON-INTERVISTA DI SCALFARI AL PAPA


 Luglio 9, 2017 Luigi Amicone

Più delle corbellerie che il papà di Repubblica deduce sulla Chiesa e su Cristo nei suoi colloqui con Francesco, colpisce il suo cedimento davanti all’amicizia


Io penso che a una persona di 93 anni, tanto più se è un intellettuale che ha passato la vita a spremere le meningi, un giornalista di lungo corso come Eugenio Scalfari, che ha battuto chilometri e chilometri di sudate carte e sta consumando fino all’ultima goccia le proprie energie mentali, si debba concedere tutta la comprensione umana possibile. D’altra parte, non designerebbe necessariamente uno stato patologico – non so, di demenza senile, Alzheimer o quant’altro – il fatto che un ultranovantenne assuma una postura, una sensibilità o addirittura una identità, mutevoli e cangianti. Però, accettare di farsi comunicare e interpretare dalle sole forze di una personalità sopraggiunta a un’età geriatrica importante, è un bel rischio per il Vicario di Cristo.
 
foto ANSA
Detto ciò, nulla da eccepire sul rapporto umano che lega papa Bergoglio al Fondatore di Repubblica.
Anzi. È commovente e ammirabile l’amicizia tra i due. È così. Davvero. Scacciamo ogni pensiero di sarcasmo. Cattiveria inutile. È vero, piuttosto, che le righe finali dell’ultimo colloquio di giovedì scorso, messo in pagina sabato 8 luglio, ci fanno su serio riflettere sull’affetto che sanno esprimersi due grandi vecchi.

«Il Papa mi sostiene e mi aiuta a entrare in macchina tenendo lo sportello aperto. Quando sono dentro mi domanda se mi sono messo comodo. Rispondo di sì, lui chiude la portiera e fa un passo indietro aspettando che la macchina parta, salutandomi fino all’ultimo agitando il braccio e la mano mentre io – lo confesso – ho il viso bagnato di lagrime di commozione».

È una scena veramente toccante. E fa pensare che un uomo può avere tutto nella vita – denaro, successo, fama, donne, onori, gloria mundi – e scoprire solo a 93 anni che si può – addirittura – essere voluti bene. E piangere di commozione, perché «lui mi mette in macchina con le sue braccia, un Papa come questo non l’abbiamo mai avuto».

Beh, non è proprio vero che sia così. Non è vero (pensiamo a tutti i santi papi, a cominciare da san Giovanni Paolo II), che non abbiamo mai avuto un Papa umano come Francesco. Ma è un fatto che per il singolo e specifico uomo Eugenio Scalfari sia andata proprio così: egli ha ottenuto la Grazia particolare di un incontro particolare col Vicario di Cristo. Ha avuto la Grazia di ottenere da un Papa un’ amicizia così libera e intima, che questo amico, il Papa, si è reso perfino disponibile al rischio di equivoci e fraintendimenti.

CHE COSA SIGNIFICA CITTADINANZA?


 TUTTI I PROBLEMI DELLO IUS SOLI

Stefano Spinelli
Il ddl sullo ius soli in discussione in Parlamento è solo un manifesto politico, perché riconosce la cittadinanza anche a chi non vuole essere parte della comunità


Il disegno di legge sulla cittadinanza (detto ius soli) – in questi giorni in discussione in Senato, con corsia preferenziale, dopo essere stato approvato alla Camera – è un “manifesto politico”, una legge “di bandiera” e ideologica (piegata al multiculturalismo più spinto). È una legge disastro (un disastro di legge). Il principale effetto sarà quello di far aumentare ulteriormente l’immigrazione, al solo fine dell’acquisizione della cittadinanza.



Diventerà infatti la regolamentazione più a larghe maglie esistente in Europa e in Occidente.
Poiché sul contenuto della normativa vecchia e nuova ne ho sentite di tutti i colori (specie sul web), forse vale la pena precisare. Innanzitutto, circola voce secondo cui non si saprebbe esattamente il contenuto della nuova legge: ancora deve essere approvata e potrebbero esserci emendamenti. In realtà, il ddl è già stato approvato alla Camera con una formulazione chiara e precisa nei contenuti, anche se non condivisibile.

Il testo è passato al Senato, ed è stato fermo per più di due anni in una commissione permanente. Non sono stati esaminati neppure gli emendamenti proposti. Come sempre accade in questi casi (approvazioni di norme bandiera), il processo ha assunto un’immediata e repentina accelerazione, quando si è cominciato a parlare di elezioni anticipate, che farebbero decadere il provvedimento. Così il testo è passato qualche giorno fa in assemblea al Senato per la fase di approvazione.

Nel caso di approvazione con modifiche, il testo dovrebbe passare nuovamente alla Camera e non vi sarebbe tempo per completarne l’iter. È chiaro ai proponenti che occorre approvarlo nella stessa identica formulazione con cui è uscito alla Camera. 

Detto questo, premetto che la cittadinanza è una cosa seria e non deve essere svenduta o regalata. Essa rappresenta il riconoscimento dell’esistenza di un legame effettivo con una data comunità stanziata su un territorio in un preciso momento storico. Ciascuno valuterà questa premessa in relazione al testo proposto.
***
Partiamo dalla situazione attuale. Attualmente esistono due possibilità per ottenere la cittadinanza in Italia da parte dello straniero.
1. Esiste già lo ius soli, ossia l’acquisizione della cittadinanza da parte di chi è nato nel territorio italiano. Lo straniero nato in Italia potrà richiederla al compimento del 18° anno di età, qualora abbia sempre mantenuto la residenza sul territorio italiano. Qualora invece l’abbia interrotta, lo straniero nato in Italia potrà comunque acquisire la cittadinanza al raggiungimento dei 18 anni, qualora dimostri di avere risieduto in Italia negli ultimi 3 anni. Come si vede, tutti quei ragionamenti sul minore straniero “costretto” a restare sul suolo italiano per non perdere la prospettiva della cittadinanza, senza neppure poter seguire la propria classe all’estero in gita scolastica (sic!), sono tutte fake news (a parte che la residenza non si perde per brevi periodi di assenza).
2. La cittadinanza si acquisisce anche per naturalizzazione, ossia per permanenza dello straniero sul territorio italiano per almeno 10 anni, previa valutazione dei requisiti di integrazione. La cittadinanza in tal caso si trasmette automaticamente (ius sanguinis) ai figli.
Riassumendo: lo straniero nato in Italia già ora a 18 anni potrà chiedere di essere italiano. Se i suoi genitori sono in Italia da 10 anni, e lo desiderano, possono chiedere la cittadinanza per loro, che passerà anche al figlio. Una precisazione sui 18 anni. I minori stranieri godono sempre – ovviamente – di tutti i diritti e servizi essenziali dei minori italiani. Esistono fortunatamente numerose sentenze della Corte Costituzionale che sanciscono il principio dell’estendibilità dei diritti fondamentali della persona anche agli stranieri. Basti pensare alle nostre scuole, ormai multiculturali, ove non c’è differenza tra bambini italiani e bambini stranieri nati in Italia.
La differenza maggiore tra il cittadino e lo straniero è il possesso da parte del cittadino dei diritti politici (in primo luogo il diritto di elettorato). Detti diritti si possono legittimamente esercitare solo al perseguimento della maggiore età. Ecco perché l’attuale legge si riferisce alla richiesta di cittadinanza da parte del minore al raggiungimento della maggior età.

mercoledì 5 luglio 2017

QUANDO LA BELLEZZA FA PAURA.


(Ancora su Charlie Gard)

Posted by leonardolugaresi 

Ho letto ciò che scrive un’infermiera italiana, di fede cattolica, che lavora al Great Ormond Street Hospital, il posto dove probabilmente oggi staccheranno il respiratore che permette a Charlie Gard di vivere. Si trova qui: http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2017/6/30/CHARLIE-GARD-Lettera-dal-Great-Ormond-Street-Hospital-muore-ma-il-male-e-gia-stato-sconfitto/771606/.


È una lettera molto bella, piena di parole toccanti e religiose, e io non dubito della piena buona fede di chi l’ha scritta; inoltre si presenta con tutto il carico di autorevolezza che deriva dall’esperienza di chi è lì, al fronte, a lottare tutti i giorni per curare dei bambini in quella «eccellenza mondiale». Immagino che commuoverà e convincerà molti.

Ma è falsa. È falsa perché dice tante cose vere, ma non dice la verità.
E non dice la verità perché nega, o quanto meno nasconde sotto un manto di belle parole cristiane (Altro, mistero, Verità, vita eterna) e di buoni sentimenti umani, la realtà dei fatti.
A Charlie non verranno somministrate cure palliative fintanto che la morte naturale sopraggiunga, evitando l’accanimento terapeutico ma consentendo ai genitori di prendersi cura di lui fin tanto che vive. Non è questo che sta succedendo.
A Charlie oggi verrà staccata la macchina che gli consente di respirare, e grazie alla quale con tutta probabilità domani sarebbe vivo, e ai suoi genitori verrà definitivamente impedito di tentare, a loro spese e sotto la loro responsabilità, una sia pur improbabilissima alternativa terapeutica. Quella nei confronti di Charlie è eutanasia, contro la sua volontà e contro la volontà dei suoi genitori. Non è scorretto definirla omicidio legalizzato. Oppure si vuol dire che la respirazione assistita è di per sé “accanimento terapeutico” e quindi se uno non riesce a respirare da solo è segno che deve morire?
Di tutto ciò che ho letto in questi giorni, a proposito della vicenda di Charlie Gard, quella bella lettera mi è sembrata la cosa più spaventosa. Letteralmente, nel senso che mi fa molta paura.
Perché? Perché credo di sapere quale sia l’origine della bellezza senza verità.


30 giugno

PADRE PIETRO TIBONI



Il 13 giugno è morto a 92 anni il missionario comboniano che era diventato un punto di riferimento di Cl in Uganda. E che diceva che al centro di tutto era ed è la comunione


 Giugno 15, 2017 Rodolfo Casadei

Padre Pietro Tiboni, missionario comboniano, era uomo che pensava secondo Dio e non secondo gli uomini, e che viveva della comunione.
L’ultima volta che lo incontrai su suolo africano fu nel lontano gennaio 2001. Ero in Uganda per raccontare vittime ed eroi dell’epidemia di Ebola che aveva colpito il nord del paese, proprio la regione dove Tiboni era stato missionario e aveva molti amici.
Era morto fra gli altri Matthew Lukwiya, il direttore sanitario che aveva lottano fino alla fine per contenere l’epidemia e che c’era di fatto riuscito; l’epidemia era stata meno distruttiva di quello che sarebbe stato anche per il suo coraggio e la sua determinazione. Rimase al suo posto e incoraggiò gli altri medici ed infermieri a dare il meglio di sé, ma senza obbligare nessuno a restare. Quasi tutti scelsero di lottare al suo fianco, e una mezza dozzina cadde insieme a lui.

Di ritorno a Kampala gli chiesi: «Padre Tiboni, come è possibile che Dio abbia lasciato morire proprio un uomo come Matthew Lukwiya, il medico ugandese più bravo, più generoso, il migliore, uno che sapeva mobilitare la gente, che era veramente utile, quello che doveva portare avanti l’ospedale del dottor Corti?». Infatti l’ospedale al centro dell’epidemia di Ebola era il famoso Lacor Hospital di Gulu diretto da Piero Corti (il fratello medico di Eugenio, l’autore de Il cavallo rosso) e da sua moglie Lucille Teasdale, la dottoressa uccisa dall’Aids contratto curando i feriti delle guerriglie africane. Lui mi guardò e con un sorriso disarmante rispose: «Perché Matthew era pronto, perché era molto maturato negli ultimi tempi».

Tiboni è stato il padre spirituale di Comunione e Liberazione in Uganda, e la cosa è veramente sorprendente, perché incontrò quel movimento in terra africana quando era già missionario comboniano da più di trent’anni se si considerano anche gli anni del seminario. Un missionario già esperto e appartenente a uno dei più sperimentati e prestigiosi istituti, quello fondato da san Daniele Comboni, rimase affascinato dal carisma di un movimento ecclesiale che sul piano della missione ad gentes a quei tempi era un po’ una matricola. Eppure quando nel 1970 il già 44enne Tiboni, espulso dal regime islamista del Sudan (dove era stato missionario per sette anni fra il 1957 e il 1964, insegnando nel seminario nazionale) insieme ad altri 100 missionari e quindi dopo un periodo in Italia ricollocato in Uganda, incontrò a Kitgum un gruppo di giovani medici varesini di Cl che erano lì per fare volontariato internazionale, l’evento fu per lui una rivelazione.
Un missionario a vita, professore di filosofia e teologia nei seminari italiani e africani, già confessore della fede in quanto perseguitato dal regime del Sudan che lo aveva espulso, che si lascia sorprendere dall’esperienza di fede di ragazzotti che in linea di principio dedicavano due anni della loro vita al servizio civile sostitutivo di quello militare: incredibile. Due anni dopo, sempre in terra africana, incontrò per la prima volta il fondatore don Luigi Giussani, e da quel momento i due carismi, quello comboniano e quello del prete di Desio, si intrecciarono in un efficace connubio.

Per Tiboni al centro di tutto era ed è la comunione, dono da chiedere continuamente nella preghiera a Dio attraverso Maria, che si realizza e si manifesta nel rapporto di unità fra le persone che riconoscono Cristo come la risposta al desiderio umano. Insieme a cristiani ugandesi di tutte le etnie, volontari italiani e missionari comboniani di varie nazionalità creò il movimento Christ Communion and Life, l’equivalente ugandese di Comunione e Liberazione. «In Africa non possiamo usare la parola “liberazione”», spiegava. «perché alla gente fa venire in mente i movimenti di liberazione con la loro valenza politica e tutto il male e le divisioni che hanno portato». Invece bisognava annunciare e portare qualcosa determinante per il superamento delle divisioni tribali e politiche, che rappresentasse l’inculturazione del cristianesimo in Africa però senza sottomettere Cristo a categorie culturali. Lo spiegò al Meeting di Rimini nel 1984: «La nostra posizione è proprio quella secondo la quale le realtà africane vere sono riprese solo attraverso una proposta chiara. Quali sono le realtà vere tradizionali? È questa unità nel clan, per cui le persone sono uno, e noi abbiamo proposto il movimento proprio in questa categoria; noi diciamo: come secondo la tradizione, quando due fanno il patto di sangue diventano una cosa sola e pensano alla loro unità e per quella sono capaci di dare la vita: così è in CCL.

martedì 4 luglio 2017

DON GIANNI IL CAVALIERE E CL. O DELL’URGENZA DI «UNA POLITICA CARNALE»

Dare forma carnale alla politica: non a una politica ideale (che non è cristiana, è ideologia) ma carnale e spirituale.

Giugno 25, 2017 Luigi Amicone

«Parlate delle discoteche e delle carceri, dell’immigrazione e della famiglia. Difendete la cristianità dall’unico vero pericolo che è la minaccia della sharia islamica»

Al grande abbaglio della politica odierna è pensare che Grillo forse non vincerà le elezioni ma che il suo metodo “postideologico”, del contenitore dove sta dentro tutto, è il metodo vincente. Poveri loro se ci credono. E povero anche Salvini se si fa buggerare dal casaleggismo Jr. Mai anteporre la strategia all’idea. Prendete don Gianni Baget Bozzo. Un pleistocene. Eppure quanto ha influito lui in politica e quanto ha antevisto sulla fine della “partitocrazia” l’uomo che diceva di sé «sono un isolato e reietto».

Partecipò alla fondazione di Forza Italia perché aveva subito capito la posta in gioco dopo la fatale Tangentopoli. Il 1993 era stato l’anno del compiersi, grazie ai buoni uffici dei suoi uomini nelle procure, della “lunga marcia” del Pci. Cominciata agli inizi degli anni Sessanta, notò con incredibile lucidità, all’indomani della caduta del governo Tambroni. Governo Dc sfiduciato dalla stessa Dc in seguito alle manifestazioni Pci e ai morti in piazza negli scontri con la polizia dopo che i portuali di Genova avevano preso d’assalto un raduno del Msi. «Avveniva così – scrisse don Gianni – un salto politico decisivo: si ammetteva che un governo monocolore democristiano era stato un rischio per la democrazia, un governo golpista. E che i comunisti, col loro partito e il loro sindacato, la democrazia l’avevano invece salvata. Si determinò con questo un cambiamento decisivo nel sistema politico: governare contro i comunisti poteva significare attentare alla democrazia. La legittimità politica passava dal Parlamento al controllo comunista della piazza. E finiva l’anticomunismo democristiano».

Non vi ricorda qualcosa? Non è (quasi) lo stesso film di mezzo secolo dopo, sfolgorante di antiberlusconismo? La verità è che, affrontando le piazze reali e tenendo botta in quelle virtuali (indimenticabile il siparietto con Travaglio in casa Santoro), Berlusconi è divenuto protagonista assoluto della nostra storia. Tant’è che nel 2008, quando aveva preso più botte giudiziarie di Jack lo Squartatore, raggiunse apici di consenso che nessun politico aveva mai avuto. Disarcionato lui, si capì poi, venne giù tutto il Parlamento. “Aperto come una scatola di tonno”, per dirla col Grillo masnadiero e anelante il sacco alla Alarico, a forza di campagne contro “la Casta”. Negli ultimi cinque anni si è ricostruito poco o nulla. Molta sovranità limitata e pioggia di leggi e leggine dettate più dalla logica del criceto che corre sulla ruota mediatico-giudiziaria che da una visione realistica delle priorità di un paese in ginocchio.

E adesso, benché schiacciato tra due giganti – sto parlando dell’Elefantino e del mistico Baget che udiva la “Voce” interiore –, dei quali sentii pronunciare da Re Silvio le lodi più sperticate (e, soprattutto: «sono due veri amici»), lascio dire a don Gianni la sfumatura che ha avuto il berlusconismo in casa nostra.

Una lettera dopo il Meeting
Erano i primi di settembre dell’anno 2000, nessuno immaginava le Torri Gemelle e men che meno l’abitare della sharia in mezzo a noi. Ci scriveva a proposito del Meeting. «Caro Luigi, sono stato contento di Rimini. E la ragione per cui sono contento è un fatto che non ti sorprenderà: è morta la Rimini andreottiana, è nata la Rimini berlusconiana.

Tuttavia non è della scelta politica in sé, che si è imposta più per necessità che per decisione, che voglio parlare ma del significato culturale. In primo luogo dico che essa è omogenea alla storia di Cl. Cl non è nata democristiana: è nata opposta a quella cultura di Montini, della Fuci e dei Laureati cattolici che ha fatto tanto male alla fede. (…) È la gerarchia che vi ha legato alla Dc e quindi ad Andreotti. Il principio per cui Giussani vi ha immunizzati dalla Dc, dal dialogo e dai Laureati cattolici è per la sua intuizione centrale: il Verbo si è fatto carne. Giussani non si è iscritto con Montini alla nuova cristianità di Maritain, ma alla cristianità storica: quella da cui l’Occidente è nato e di cui l’Occidente vive».

In secondo luogo, «debbo dire che amo Cl perché non è un gruppo ecclesiastico lindo, giulivo e intrinsecamente banale come i focolarini e non è un imbroglio clericale di sinistra come Sant’Egidio (povero Saint Gilles). Parlate dell’Italia come Pio IX, Pio XII. E Giovanni Paolo II.
Parlate della carne d’Italia, delle discoteche e delle carceri, dell’immigrazione e della sicurezza, della famiglia e della questione demografica. Difendete la cristianità dall’unico vero pericolo che è la minaccia della sharia islamica in tutto il mondo, anche all’interno delle nazioni cristiane. Occorre incarnarsi nelle radici cristiane d’Italia e d’Europa e nella sua carne sofferente. (…) Come vedete, per me la cosa importante non è il fatto che abbiate accolto Berlusconi a Rimini, quello che mi interessa è, per il bene della Chiesa, che Cl cresca come cultura della Cristianità.

E dia forma carnale alla politica: non a una politica ideale (che non è cristiana, è ideologia) ma carnale e spirituale».