sabato 20 maggio 2017

FRANCESCO E MEDJUGORJE


scritto da Aldo Maria Valli
Volo papale, di ritorno da Fatima. Seduto in fondo, le ginocchia quasi in bocca, riesco a malapena a prendere appunti.
Il papa parla di Medjugorje. Ascoltiamolo.
«È stata fatta una commissione presieduta dal cardinale Ruini. L’ha fatta Benedetto XVI. Io, alla fine del 2013 o all’inizio del 2014, ho ricevuto dal cardinale Ruini il risultato. Una commissione di bravi teologi, vescovi, cardinali. Bravi, bravi, bravi. Il rapporto Ruini è molto, molto buono. […]. Principalmente si devono distinguere tre cose. Sulle prime apparizioni, quando [i veggenti] erano ragazzi, il rapporto più o meno dice che si deve
Foto Lastampa
continuare a investigare. Circa le presunte apparizioni attuali, il rapporto ha i suoi dubbi. Io personalmente sono più cattivo: io preferisco la Madonna madre, nostra madre, e non la Madonna capo ufficio telegrafico che tutti i giorni invia un messaggio a tale ora. Questa non è la mamma di Gesù. E queste presunte apparizioni non hanno tanto valore. E questo lo dico come opinione personale. Ma chi pensa che la Madonna dica: “Venite che domani alla tale ora dirò un messaggio a quel veggente”, no! [Nel rapporto Ruini si] distinguono le due apparizioni. E, terzo, il nocciolo vero e proprio del rapporto Ruini: il fatto spirituale, il fatto pastorale, gente che va lì e si converte, gente che incontra Dio, che cambia vita. Per questo non c’è una bacchetta magica, e questo fatto spirituale, pastorale, non si può negare. Adesso, per vedere le cose con tutti questi dati, con le risposte che mi hanno inviato i teologi, si è nominato questo vescovo [l’arcivescovo polacco monsignor Henryk Hoser, ndr], bravo, bravo, bravo, perché ha esperienza, per vedere la parte pastorale come va. E alla fine si dirà qualche parola».
Prendere appunti con le ginocchia in bocca non è entusiasmante, specie dopo una faticosa giornata di lavoro. Dunque la lucidità è quella che è. Però, appena il papa finisce di parlare, penso a tutte le persone che vogliono bene alla Madonna di Medjugorje, a tutte quelle che si recano là in pellegrinaggio per pregare, per chiedere grazie. Come si sentiranno, adesso, dopo che Francesco ha espresso la sua opinione? È la mia opinione personale, dice lui. Sì, ma è quella del papa, non di un fedele qualunque!
C’è una parola che papa Bergoglio usa spesso, ed è tenerezza. Ecco: non mi sembra che in questo caso abbia dimostrato tenerezza verso i fedeli che credono nella Madonna di Medjugorje. È chiaro che lui non ci crede, ma forse, per rispetto verso la spiritualità di tante persone, avrebbe potuto dirlo diversamente. Invece è stato duro, quasi sarcastico. Perché?

DIETRO LE QUINTE DELLA COREA

 TRATTO DA "LA NUOVA EUROPA"
Un lungo e interessante articolo sulla realtà della Corea del Nord
venerdì 5 maggio 2017
Un regista russo a Pyongyang, per girare un documentario di «vita vissuta». Neppure il totalitarismo sovietico era riuscito a condizionare l’uomo a tal punto. In un’intervista a «The New Times» il racconto di un’esperienza ai limiti della realtà.

«Alla luce del sole» è il titolo di un documentario sulla vita di una scolara di Pyongyang, girato dal regista russo Vitalij Manskij per il governo nordcoreano. Godendo della fiducia del regime, il regista ha colto l’occasione per filmare ciò che nessuno straniero può vedere.

Il suo film in «versione integrale» si è già aggiudicato numerosi premi e recensioni in Occidente, ma gli è anche valso una nota di protesta del Ministero della Cultura coreano al Ministero degli Esteri russo, e l’ingiunzione da parte nordcoreana di vietarne la proiezione. 
Ma cosa ha visto Manskij a Pyongyang? Come è riuscito a fare delle riprese in questa città, e cosa invece non è riuscito a riprendere? In un’intervista esclusiva rilasciata ad Evgenija Al'bac del «The New Times», di cui presentiamo ampi stralci, il regista racconta come è riuscito a eludere la sorveglianza e a scoprire il
 fake eretto a sistema.
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Qualcuno le ha proposto di girare un film sulla Corea del Nord o lo ha deciso lei?
Certo che l’ho deciso io… Mi ha sempre interessato la Corea del Nord, perché mi chiedevo come si fa a sopraffare una persona, a distruggerla nei suoi princìpi fondamentali? Perché una persona è disposta a sottomettersi? È chiaro che questo è un film non solo e non tanto sulla Corea del Nord.

Quando siete arrivati per la prima volta nel paese del Juche, l’ideologia ufficiale?
Nel 2013 ho fatto un primo viaggio di sopralluogo: mi hanno mostrato quanto era bello questo paese, e alla fine sono riuscito a scegliere la mia protagonista: mi hanno portato in una scuola-modello, hanno condotto nello studio del direttore cinque bambine, e mi hanno detto: «Ha cinque minuti per conoscerle e scegliere quella che preferisce».
La sceneggiatura del documentario era già stata scritta prima ancora che potessi scegliere la protagonista: il film doveva parlare di una bambina che fa il suo ingresso ufficiale nell’associazione analoga a quella dei nostri Pionieri comunisti, l’Unione dei bambini, e alla quale viene affidato il compito importantissimo di partecipare alla più grande festa del mondo, a cui si sta preparano da tempo con i suoi compagni. Alla fine la bambina si trasforma in una delle migliaia di persone che compongono il più grande quadro vivente del mondo a tema «la felicità assoluta».
Ho scelto Zin Mi perché la bambina mi ha detto che suo padre faceva il giornalista, così ho pensato che tramite il suo lavoro sarei riuscito a scoprire qualcosa. Della mamma la bambina mi ha detto che lavorava nella mensa di una fabbrica. Così ho pensato: perfetto, una mensa, gente che mangia, forse anche qui potrò trovare qualche spunto interessante... Inoltre, Zin Mi viveva vicino alla stazione, in un monolocale, con la mamma, il papà e i nonni.

ROBERT SARAH: UN MAESTRO DELLO SPIRITO

Con il cardinale Sarah, un maestro del silenzio e della preghiera interiore, la Liturgia è in buone mani." BENEDETTO XVI

Il cardinale Robert Sarah ha pubblicato in francese il suo ultimo libro“La force du silence". E presto sarà disponibile anche nell'edizione italiana, che Cantagalli metterà in vendita alla fine di giugno

Ecco qui di seguito il testo integrale della prefazione del "papa emerito" BENEDETTO XVI al libro del cardinale Sarah.
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Da quando, negli anni Cinquanta, lessi per la prima volta le Lettere di sant’Ignazio di Antiochia, mi è rimasto particolarmente impresso un passo della sua Lettera agli Efesini: «È meglio rimanere in silenzio ed essere, che dire e non essere. È bello insegnare se si fa ciò che si dice. Uno solo è il Maestro che ha detto e ha fatto, e ciò che ha fatto rimanendo in silenzio è degno del Padre. Chi possiede veramente la parola di Gesù può percepire anche il suo silenzio, così da essere perfetto, così da operare tramite la sua parola ed essere conosciuto per mezzo del suo rimanere in silenzio» (15, 1s.).
Che significa percepire il silenzio di Gesù e riconoscerlo per mezzo del suo rimanere in silenzio? Dai Vangeli sappiamo che Gesù di continuo ha vissuto le notti da solo «sul monte» a pregare, in dialogo con il Padre. Sappiamo che il suo parlare, la sua parola proviene dal rimanere in silenzio e che solo in esso poteva maturare. È illuminante perciò il fatto che la sua parola possa essere compresa nel modo giusto solo se si entra anche nel suo silenzio; solo se s’impara ad ascoltarla a partire dal suo rimanere in silenzio.
Certo, per interpretare le parole di Gesù è necessaria una competenza storica che ci insegni a capire il tempo e il linguaggio di allora. Ma solo questo, in ogni caso, non basta per cogliere veramente il messaggio del Signore in tutta la sua profondità. Chi oggi legge i commenti ai Vangeli, diventati sempre più voluminosi, alla fine rimane deluso. Apprende molte cose utili sul passato, e molte ipotesi, che però alla fine non favoriscono per nulla la comprensione del testo. Alla fine si ha la sensazione che a quel sovrappiù di parole manchi qualcosa di essenziale: l’entrare nel silenzio di Gesù dal quale nasce la sua parola. Se non riusciremo a entrare in questo silenzio, anche la parola l’ascolteremo sempre solo superficialmente e così non la comprenderemo veramente.
Tutti questi pensieri mi hanno di nuovo attraversato l’anima leggendo il nuovo libro del cardinale Robert Sarah. Egli ci insegna il silenzio: il rimanere in silenzio insieme a Gesù, il vero silenzio interiore, e proprio così ci aiuta anche a comprendere in modo nuovo la parola del Signore. Naturalmente egli parla poco o nulla di sé, e tuttavia ogni tanto ci permette di gettare uno sguardo sulla sua vita interiore. A Nicolas Diat che gli chiede: «Nella sua vita a volte ha pensato che le parole diventano troppo fastidiose, troppo pesanti, troppo rumorose?», egli risponde: «… Quando prego e nella mia vita interiore spesso ho sentito l’esigenza di un silenzio più profondo e più completo… I giorni passati nel silenzio, nella solitudine e nel digiuno assoluto sono stati di grande aiuto. Sono stati una grazia incredibile, una lenta purificazione, un incontro personale con Dio… I giorni nel silenzio, nella solitudine e nel digiuno, con la Parola di Dio quale unico nutrimento, permettono all’uomo di orientare la sua vita all’essenziale» (risposta n. 134, p. 156).
 In queste righe appare la fonte di vita del Cardinale che conferisce alla sua parola profondità interiore. È questa la base che poi gli permette di riconoscere i pericoli che minacciano continuamente la vita spirituale proprio anche dei sacerdoti e dei vescovi, minacciando così la Chiesa stessa, nella quale al posto della Parola nient’affatto di rado subentra una verbosità in cui si dissolve la grandezza della Parola. Vorrei citare una sola frase che può essere origine di un esame di coscienza per ogni vescovo: «Può accadere che un sacerdote buono e pio, una volta elevato alla dignità episcopale, cada presto nella mediocrità e nella preoccupazione per le cose temporali. Gravato in tal modo dal peso degli uffici a lui affidati, mosso dall’ansia di piacere, preoccupato per il suo potere, la sua autorità e le necessità materiali del suo ufficio, a poco a poco si sfinisce» (risposta n.15, p.19).
Il cardinale Sarah è un maestro dello spirito che parla a partire dal profondo rimanere in silenzio insieme al Signore, a partire dalla profonda unità con lui, e così ha veramente qualcosa da dire a ognuno di noi.
Dobbiamo essere grati a Papa Francesco di avere posto un tale maestro dello spirito alla testa della Congregazione che è responsabile della celebrazione della Liturgia nella Chiesa. Anche per la Liturgia, come per l’interpretazione della Sacra Scrittura, è necessaria una competenza specifica. E tuttavia vale anche per la Liturgia che la conoscenza specialistica alla fine può ignorare l’essenziale, se non si fonda sul profondo e interiore essere una cosa sola con la Chiesa orante, che impara sempre di nuovo dal Signore stesso cosa sia il culto. Con il cardinale Sarah, un maestro del silenzio e della preghiera interiore, la Liturgia è in buone mani.
Benedetto XVI, papa emerito
Città del Vaticano, nella Settimana di Pasqua 2017


sabato 13 maggio 2017

IL NUOVO PRESIDENTE MONDIALE: FILANTROPO, PACIFISTA, VEGETARIANO, ANIMALISTA, ESEGETA, ECUMENISTA E NERO


Il quarto Ulivo mondiale, quello dell’obamo-renzismo
Le elites progressiste del grillismo chic, adorate dai giornali politicamente corretti

Maggio 11, 2017 Pietro Piccinini

Da tre giorni i notiziari sono pieni di Obama e Renzi che lanciano insieme da Milano il loro asse internazionale per la formazione dei “young leaders” della sinistra del futuro. Meglio: della «post-sinistra contro il populismo», come l’ha definita ieri Repubblica.
 
foto Ansa
Per cercare di capire di cosa si tratti, bisogna innanzitutto sforzarsi di superare i brividi che provoca l’inenarrabile intervista concessa dallo stesso Renzi al Corriere della Sera: Obama «punto di riferimento dei democratici a livello mondiale»; «commovente» la sua «attenzione non tanto al governo quanto al Paese»; e poi la gag telefonica con Macron, con il segretario del Pd che si spaccia per «l’assistente personale del presidente Obama, glielo passo». Dopo di che, bisogna osservare come siano proprio le principali testate italiane, tendenzialmente renziane, sicuramente obamiane, le prime a collegare questo mega progetto internazionale al non troppo fortunato Ulivo mondiale di Clinton, Blair e Prodi.

mercoledì 10 maggio 2017

BUONSENSO COME REATO

CHE DIRE, si sta un po’ esagerando.

Se uno osserva, e lo fa pacatamente, che l’integrazione tra culture diverse non è automatica, che oltre un certo limite l’accoglienza è impossibile e che comunque gli immigrati battono gli italiani 6 a 1 nelle statistiche criminali viene tacciato di xenofobia.
O, peggio, di razzismo.

Se uno osserva, e lo fa pacatamente, che quest’Europa è priva di legittimità democratica e che senza un’anima politica è destinata a morire o a conclamarsi in oligarchia si becca del «populista».
Se uno osserva, e lo fa pacatamente, che è giusto riconoscere pari diritti alle coppie omosessuali ma che un bambino ha più chance di crescere psicologicamente equilibrato se ha un padre e una madre piuttosto che due padri o due madri viene escluso dal consesso civile con l’accusa di omofobia.

E rischia anche di essere sospeso dall’albo professionale come accade allo psicoterapeuta milanese Giancarlo Ricci. Il buonsenso come reato, reato di opinione.

Doveroso, allora, interrogarsi sulle condizioni di salute dello Stato di diritto, sull’eclissi del pensiero liberale, sul trionfo del politicamente corretto.
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OVVERO, quell’esasperazione dei buoni sentimenti attraverso cui i progressisti hanno sublimato la crisi di identità dovuta alla perdita del legame politico con le masse popolari più disagiate.
«Populista è l’aggettivo usato dalla sinistra per designare il popolo quando questo comincia a sfuggirle», sentenziò nel lontano ‘96 un francese particolarmente arguto.
Un’ubriacatura collettiva che allontana ulteriormente le élite dal popolo, i media dal senso comune e, nel caso del dottor Ricci, denunciato da un manipolo di colleghi ‘benpensanti’, certi professionisti dalle evidenze della scienza che dovrebbero padroneggiare.
Ecco, si sta un po’ esagerando. E semmai l’Ordine degli psicologi dovesse sanzionare il povero Ricci si sarà davvero passato il limite.

Andrea Cangini
Tratto da “il resto del Carlino”


domenica 7 maggio 2017

IL SENSO DELLA NASCITA

“Non si può dare ad un essere umano, non si può dare ad un figlio il senso dell’essere voluto, il sentimento dell’essere voluto, non si può far capire questo, se non si comunica la gioia di un destino” (Don Luigi Giussani).


La nascita ha, quindi, un senso profondissimo e misterioso, scaturisce da quell’amore che – a detta di Dante – muove tutto, perfino il sole e le altre stelle. Per capire la vita bisogna ritornare là, al momento della nascita. La parola «vita» definisce per molti troppo spesso qualcosa di scontato, di dovuto, come se fosse una questione nostra, privata, da gestire in totale autonomia. Quando parliamo di nascita, però, tutto cambia. Basta guardare un neonato oppure è sufficiente assistere al parto. Quando sta nascendo tuo figlio e vedi tua moglie stremata e capisci che tu, papà, sei completamente impotente di fronte a quanto sta accadendo e puoi soltanto pregare e affidarti perché tutto vada bene, allora, in quel momento, nell’istante della nascita, troppo evidente è la totale dipendenza da qualcun altro. 

Ieri a Peoria (IL) è nato Theodore Giuseppe Marcatelli

venerdì 5 maggio 2017

L’INFERNO SU QUESTA TERRA È PRONTO

DURER APOCALISSE

Ormai ci siamo.


«Se una legislazione civile rinunciasse al principio che la vita umana è un bene che non è a disposizione di nessuno, legittimando il suicidio assistito o l’abbandono terapeutico, toglierebbe uno dei pilastri, anzi la colonna portante di tutto l’edificio spirituale costruito sulla base del riconoscimento della dignità della persona. Sarebbe questione di tempo, ma la rovina sarebbe totale» 

Card. Caffarra


giovedì 4 maggio 2017

IL MIGLIOR MODO DI FARE SILENZIO

Apologia del Rosario
di Leonardo Lugaresi
Parliamo troppo. Tutti parlano in continuazione (io, per esempio, in questo momento sto parlando). Talvolta ci lamentiamo che le persone non si parlano, che non c'è dialogo ... ma è solo perché stanno parlando altrove, sulla rete di solito, non perché stiano veramente zitte.
Nella chiesa non va meglio che nel mondo: non vi si è mai parlato tanto come adesso, e se c'è una parola che può definire, nell'insieme, le nostre attuali liturgie direi che è: “verbose”. Gli spazi di silenzio, durante le messe, si misurano in secondi e spesso si esce frastornati, più che edificati, da quella mezzora di parole continue. Spesso parole umane che soffocano quella di Dio.
Donatello, la Vergine e il Bambino, Louvre Parigi
Purtroppo non basta tenere la bocca chiusa per fare silenzio. Se ci provi, ti si riempie subito la testa di parole: fuori taci, ma dentro c'è chiasso.
Il metodo più semplice, alla portata di tutti, anche di noi poveretti, per mettere un po' d'ordine in casa è dire il rosario. Maria è la grande silenziosa, e nel suo silenzio pieno di pensiero fiorisce la Parola divina, si fa carne in quel grembo di silenzio accogliente.

Ripetere cinquanta volte le parole rivolte a Maria, dire cinquanta volte Gesù dal suo punto di vista (“frutto benedetto del ventre tuo”), nominare cinquanta volte l'ora della nostra morte (se c'è un pensiero che ha il potere di farci stare zitti è quello!) è una disciplina benedetta. È come il cavo della ferrata che permette di salire sulla montagna anche a chi non è un'alpinista provetto.

martedì 2 maggio 2017

ALTRO CHE ACCANIMENTO, IL PERICOLO SE MAI È LA RESA DELLA MEDICINA

 Alfredo Mantovano

La legge sulle dat è passata alla Camera mentre in un’aula accanto si discuteva di come far tornare i conti pubblici: una coincidenza?

 
foto ANSA
Noi però vietiamo l’accanimento terapeutico… Al clou della discussione sulle dat l’aula della Camera ha approvato un emendamento che pone tale esplicito divieto. E i media – con rare eccezioni – non hanno mancato di titolare di conseguenza: con l’obiettivo di non far qualificare ciò che passava per quello che era, cioè eutanasia. Se tuttavia perfino il giornalista di testata à la page provasse a far prevalere l’esperienza di vita quotidiana sul condizionamento ideologico, arriverebbe ad ammettere che l’accanimento terapeutico oggi non esiste.

Chiunque ha la ventura di entrare, pur solo come visitatore, nel reparto di un ospedale per stare accanto al familiare o all’amico ricoverato, sa che non vi è una prassi di moltiplicazione di cure sproporzionate, e neanche di moltiplicazione di cure tout court. Sa – o gli viene raccontato – che se mai inizia a manifestarsi la tendenza contraria: con una certa frequenza vengono negate terapie costose, pur se hanno probabilità di successo. Se un paziente è affetto da una patologia tumorale e ha una età avanzata, può accadere – è accaduto – che gli venga comunicato con garbo che i trattamenti chemioterapici si sono perfezionati, che nel caso concreto la prognosi a seguito della loro assunzione sarebbe financo favorevole, e però insomma ne vale proprio la pena visto il numero di anni che già sono alle spalle?

Quando il budget della sanità conosce tagli sensibili, e in parallelo cresce la domanda di cure perché l’età media si eleva in virtù del calo demografico, si introducono criteri di selezione delle risorse e dei loro destinatari, soprattutto – per stare all’esempio delle terapie oncologiche – in presenza di costi elevati del trattamento sanitario. L’età è un criterio di selezione. Patologie gravi, come la Sla, pure. Patologie di carattere mentale, di complessa gestione, ancor di più. La tendenza che si afferma sotto traccia non è quella delle cure inutili o sproporzionate, ma quella dell’abbandono del paziente. E quando la prognosi è infausta ma si è in presenza di sofferenze acute, la medicina non dovrebbe abbandonare il campo: deontologia e senso di umanità impongono di intensificare la terapia del dolore.

Mai scordare i casi Belgio e Olanda

La legge n. 38/2010, una delle poche di segno positivo su questo versante varate negli ultimi anni, facilita l’accesso alle cure palliative, soprattutto verso i malati inguaribili, ma le ristrettezze della corrispondente voce di bilancio ne permettono oggi la fruizione da appena il 30 per cento di chi ne ha reale necessità. Altro che accanimento, se vi è bisogno di novità, è di norme che impongano la presa in carico, non l’abbandono, del malato, facendo seguire i fatti concreti alle proclamazioni di principio.

La legge sulle dat incrementa la lontananza e il distacco verso persone affette da gravi disabilità, che vogliono affrontare la sfida della vita, ma alle quali serve vicinanza per non sentirsi un peso, loro e le loro famiglie. La risposta data finora dalla Camera, in attesa dell’esame del Senato, è invece la costruzione di un sistema che orienta a “staccare la spina”, che scarica sul medico la responsabilità di non optare per la soluzione più facile e meno costosa per il servizio pubblico, e che a breve gli toglierà la copertura assicurativa se terrà una condotta orientata al bene del paziente invece che alla tenuta economica del sistema.

Quando in Stati come il Belgio o l’Olanda si è avviato il percorso sul quale è oggi instradata l’Italia non si parlava di eutanasia né di presunzione del consenso all’interruzione dei trattamenti; poi sono arrivati i protocolli che interessano i minori, i bambini Down sono letteralmente scomparsi dalla circolazione, il generico disagio psichico è assurto a patologia da fine vita.


Ci arriveremo qui da noi se non ci fermiamo subito. La legge sulle dat è passata nell’aula della Camera mentre in qualche aula a fianco si discuteva dell’aggiustamento dei conti pubblici: è una coincidenza o è coerente con un ordinamento che trova le risorse per permettere la realizzazione dei desideri (è recente il finanziamento pubblico della fecondazione eterologa, inserita nei Lea-livelli essenziali di assistenza) e le nega per le cure palliative e per le malattie vere?

1 MAGGIO 2017 tratto da TEMPI

sabato 29 aprile 2017

DISPOSIZIONI ANTICIPATE DI TRATTAMENTO


Come  CROCEVIA abbiamo sperato invano che la legge che regola le Disposizioni Anticipate di Trattamento(DAT) non venisse approvato dalla Camera dei Deputati nella formulazione con cui è stata inviata al Senato, perché a nostro avviso
Congdon: La roccia splendente

 *si tratta non solo di un ampio varco per attuare l'eutanasia ma pone le premesse perchè l'eutanasia sia attivamente promossa e si arrivi presto al suicidio assistito e all'omicidio del consenziente;

*stravolge il ruolo del medico e il rapporto di fiducia tra medico e paziente trasformando un professionista in un passivo esecutore testamentario;

*introduce la figura dell'amministratore di sostegno, dai cui possibili abusi non c'è difesa per il soggetto più debole che è l'ammalato.


Abbiamo redatto una nostra dichiarazione anticipata di trattamento coerente con i principi cristiani e l’appartenenza alla Chiesa Cattolica, e la proponiamo a tutti.


Dichiarazione Anticipata di Trattamento

Ai miei parenti, ai signori medici e a coloro che mi assisteranno nel periodo finale della mia vita:
1. Se mi trovo in pericolo di vita, per incidente o per malattia, chiedo di chiamare al più presto un sacerdote cattolico che mi possa dare i sacramenti (Unzione degli infermi, e se è possibile Confessione e Comunione)
2. Non voglio nessun accanimento terapeutico, ma solo la normale assistenza, compresa l’alimentazione e l’idratazione, perché anche Gesù ha voluto un sorso d’acqua prima di morire.
3. In caso di forti sofferenze chiedo che mi siano somministrate tutte le cure palliative e sedative, ma non la “sedazione profonda”, perché questa viene data sapendo e volendo che il paziente non si risvegli più.
4. Nel momento dell’agonia, chiedo che siano accanto a me le persone che ho amato, i miei figli e i nipoti anche se bambini, e se non fosse possibile persone credenti, che mi aiutino a sopportare la sofferenza col loro affetto, mi accompagnino con il mormorio dolce della loro preghiera, e mi raccomandino a San Giuseppe.
5. Chiedo fin d’ora a Dio la grazia di una santa morte, e che Dio stesso venga glorificato nella mia morte.
Queste sono le mie volontà, quelle di un povero cristiano del terzo millennio.
Amen. 


martedì 25 aprile 2017

UNA VOCE NEL DESERTO

Il 19 aprile a Varsavia, presso la sede della Conferenza episcopale polacca, in occasione dei 90 anni del Papa emerito, si è tenuto un simposio dal titolo: “Il concetto di Stato nella prospettiva dell’insegnamento del Cardinal Joseph Ratzinger-Benedetto XVI”.

Ecco il messaggio inviato da Benedetto XVI per l’occasione.

Il tema scelto porta Autorità statali ed ecclesiali a dialogare insieme su una questione essenziale per il futuro del nostro Continente. 

Il confronto fra concezioni radicalmente atee dello Stato e il sorgere di uno Stato radicalmente religioso nei movimenti islamistici conduce il nostro tempo in una situazione esplosiva, le cui conseguenze sperimentiamo ogni giorno.

Questi radicalismi esigono urgentemente che noi sviluppiamo una concezione convincente dello Stato, che sostenga il confronto con queste sfide e possa superarle.  
Nel travaglio dell’ultimo mezzo secolo, con il Vescovo-Testimone Cardinale  Wyszyński e con il Santo Papa Giovanni Paolo II, la Polonia ha donato all’umanità due grandi figure, che non solo hanno riflettuto su tale questione, ma ne hanno  portato su di sé la sofferenza e l’esperienza viva, e perciò continuano ad indicare la  via verso il futuro.

Con la mia cordiale gratitudine per il lavoro che le Loro Signorie si propongono in questa circostanza, imparto a tutte Loro la mia paterna Benedizione.

Ancora una volta la sua è una voce profetica

L'ANTIFASCISMO DI COMODO


Intervento di Augusto Del Noce nella polemica su fascismo e antifascismo dicembre 1987


La tesi di De Felice secondo cui è privo di senso pensare la situazione di oggi in termini di antagonismo tra antifascismo e fascismo ha suscitato reazioni che mi riesce difficile spiegare.
Quel che emerge è il contrasto tra due interpretazioni del fascismo; una sorta nel periodo della lotta e ben comprensibile in relazione a quel clima, ma che oggi dovrebbe essere diventata oggetto di storia, mentre invece ancora tiene il campo nella cultura ancor più che nella politica, non tanto intermini di affermazione diretta quanto nelle valutazioni che ne dipendono; l'altra per cui si tratta di render conto di un passato.

Secondo la prima ci sarebbe identità di natura tra tutti i fenomeni autoritari di destra; il carattere che li unirebbe sarebbe un particolare tipo di violenza, quella repressiva, che sarebbe da distinguere dalla violenza rivoluzionaria, invece giustificabile come necessità, anche se può trascorrere in eccessi e colpire innocenti. Tale violenza repressiva porterebbe a identificare il fascismo con la forma che assume la reazione nel nostro secolo; i ceti che si trovano oltrepassati dal processo di modernizzazione sempre più accelerato della storia di questo secolo si raccoglierebbero in «fasci» e affiderebbero la loro guida ad avventurieri capaci di sollecitare le tendenze più basse delle masse.
Alla violenza repressiva questi movimenti sarebbero condannati dalla loro assenza di cultura («dove c'è fascismo non c'è cultura, dove c'è cultura non c'è fascismo», si è detto), dalla incapacità dunque di discussione e di dialogo. Manca loro anche quel tanto di positività culturale che sussisteva nei reazionari dell'epoca della restaurazione. Sarebbe dunque una violenza che nasce dalla barbarie intellettuale; in ragione di questa barbarie troverebbe giustificazione, almeno in linea di principio, la norma costituzionale del partito fascista. Questi movimenti si diversificherebbero in relazione alle tradizioni dei vari Paesi; ma il loro logico esito finale sarebbe il nazismo e i suoi campi di sterminio.

Ora la ricerca storica, non solo quella di De Felice, che è il maggiore storico del fascismo, ma quella di molti autorevoli studiosi del ventennio tra le due guerre), ricerca per nulla influenzata da pregiudizi favorevoli del fascismo, o anzi orientata a raggiungere una sua condanna razionale e non emotiva, ha portato a risultati che divergono da questo modo di vedere. Così, rispetto alla natura comune di fascismi, e limitiamoci al rapporto tra fascismo e nazismo, considerati oggi dalla maggior parte degli studiosi fenomeni affatto eterogenei, e questo per la diversa posizione che essi assumono rispetto al comunismo.
Secondo la giusta frase di Ernst Jünger il nazismo è «una rivoluzione contro la rivoluzione», espressione che si può intendere come designante una rivoluzione totalmente subalterna, nell'opposizione, al suo avversario comunista; una sorta di decalco naturalistico per cui alla classe sostituisce la razza. Si sarebbe portati a dire che il nazismo incarna quella «rivoluzione in senso contrario» che De Maistre additava ai controrivoluzionari della sua epoca come l'esempio che doveva essere assolutamente evitato. Invece il fascismo voleva presentarsi come la vera rivoluzione del nostro secolo, ulteriore alla marx-leninista, perché adeguata a Paesi per cultura e per civiltà più maturi della Russia.

La sua storia è certo storia di un fallimento, ma ciò non toglie che in esso non siano implicati i più alti vertici della cultura dei due decenni del nostro secolo. «Errore della cultura», come diceva Giacomo Noventa, non «errore contro la cultura».

Che qualche espressione di De Felice (p. es.: «grottesche norme») sia stata forse troppo a punta, non ho difficoltà ad ammetterlo. Ma mi chiedo quale controproposta i suoi critici possano avanzare. Forse stabilire come assioma fondamentale, principio della Costituzione, quella tale interpretazione del fascismo come pura barbarie? Ho troppo rispetto per pensarlo ma non mi riesce di vederne altra. Pericoli per la libertà, e ancor più direi per la «vita buona» (uso questo termine nel senso in cui ne parlava quel finissimo spirito che fu Felice Balbo, differenziandola dal «benessere»), ce ne sono in questo scorcio di secolo ed estremamente gravi; ma non hanno origine nel fascismo, non fosse altro perché gli strumenti di oppressione di cui esso si serviva erano, rispetto a quelli che la tecnica di oggi può offrire, infantili. O che vogliano vedere in esso, e di più nel fascismo italiano, quel «male assoluto», che purtroppo nella storia non si dà; dico purtroppo, perché in tale caso sarebbe relativamente agevole decapitarlo, e farla finita con lui per sempre.


tratto da: Corriere della Sera, 31.12.1987 (poi in Litterae Communionis, febbraio 1988, p. 51).

sabato 22 aprile 2017

ELEZIONI IN FRANCIA, LA TERZA SORPRESA?

ANCHE IN FRANCIA COME IN AMERICA SI ALLARGA LA FRATTURA FRA LE ELITE METROPOLITANE MULTICULTURALISTE MONDIALIZZATRICI E LAICISTE, E L’UNIVERSO POPOLARE CHE HA SPERIMENTATO GLI EFFETTI DELLA CRISI E LA MANCANZA DI SICUREZZA
Quarant'anni fa il leader del Front National, Jean-Marie Le Pen, era una figura politica di colore. Dileggiato dai media e dalla satira televisiva, il robusto leader conservatore occupava saldamente la leadership di una destra tradizionalista radicale, ribelle e refrattaria. Dinanzi a questi e in funzione di sbarramento si ergeva un centro-destra di governo, profondamente inserito nelle istituzioni e stabilmente insediato nelle amministrazioni locali. 

In quella Francia in crescita, ogni leadership di governo coabitava con l'opposizione moderata, ed ogni presidente della repubblica amava lasciare dietro sé un'opera faraonica a futura memoria. Così se Georges Pompidou consegnava ai posteri il suo Centre Beaubourg a poche centinaia di metri dalla tour Saint-Jacques, François Mitterrand dava il suo nome ad una monumentale biblioteca nazionale che ancora si fregia del titolo, non molto modesto in verità, di "mémoire du monde". Lo scarso spazio per delle opposizioni radicali, a destra come a sinistra, era la conseguenza dell'insediamento di un tale centro moderato sul trono di una Francia in costante crescita ed era alla base di un consenso stabile attraverso il quale si consolidava la "democrazia dell'alternanza".
Questo mondo è scomparso da tempo e al posto dell'anziano Jean-Marie Le Pen la figlia Marine non suscita più battute di spirito ma preoccupazioni esplicite. Non mancano le dichiarazioni di chi vi vede una seria minaccia per quella stessa democrazia dell'alternanza. L'ingresso di un soggetto politico inedito che già da tempo preme alle porte della Camera dei Deputati vi imprimerebbe una svolta certamente consistente.
Dietro la straordinaria progressione del Front National preme una Francia profondamente trasformata, che condivide poco o nulla di quella che abitualmente presenzia ancora lo scenario mediatico. La crisi economica che si sta infatti affermando è componente essenziale di una frattura che è geografica e culturale al tempo stesso. Nella Francia della provincia si è insediato l'universo operaio che ha abbandonato le grandi metropoli e, con queste, un intero progetto di mobilità sociale. Al posto di un tale universo, nelle grandi aree metropolitane del Paese, si è andato progressivamente concentrando sia il terziario avanzato, sia la popolazione immigrata. Questa ha trovato nell'ambito della mano d'opera meno qualificata e nei servizi domestici alle famiglie uno sbocco lavorativo precario ma sufficiente alla sopravvivenza, sostenuta peraltro da un ancora efficace sistema di assistenza. 
Tuttavia questi due insiemi sociali che convivono dentro le stesse aree metropolitane non condividono affatto lo stesso progetto sociale. Nella misura in cui i compiti marginali e inevitabilmente precari assolti dalle nuove ondate immigratorie sono insufficienti a produrre quell'inclusione sociale oggi più necessaria che mai e i processi di inserimento sostanziale richiedono il possesso di competenze sempre più qualificate, la frattura interna ai grandi perimetri urbani è votata ad aggravarsi.
Ma anche l'insistenza con la quale l'élite politico-culturale, nella larga maggioranza dei suoi rappresentanti più eminenti e attraverso il proprio potere sui media, insiste nel lodare i benefici della mondializzazione e del multiculturalismo, finisce con il produrre, accanto al suo isolamento geografico nelle metropoli urbane, anche un isolamento culturale dal resto della nazione. 
È proprio l'universo operaio e quello del piccolo terziario che, registrando le conseguenze più gravi della globalizzazione, non solo si sono allontanati dalle grandi aree metropolitane ma si sono anche separati dal discorso culturale che l'élite politica metropolitana insiste nel proporre. Nulla appare più lontano dall'esperienza di un universo operaio che ha sperimentato gli effetti della crisi, dell'immagine di un futuro felice che i difensori del nuovo quadro economico costantemente ripresentano.  
In questa Francia a tre poli, divisa tra una élite terziaria insediata nei centri delle metropoli, un universo operaio e artigiano relegato nelle diverse province ed una realtà di immigrazione insediata nelle banlieues metropolitane, la leadership socialista ha creduto di poter bilanciare l'inevitabile sconfitta sul piano dei progetti di inclusione sociale, investendo sul recupero dell'identità culturale. Da qui il ricorso alla carta della laicità repubblicana, non più intesa come cornice istituzionale nella quale assicurare le diverse culture e le diverse sensibilità religiose, ma come orizzonte normativo sul quale orientare le politiche educative e le nuove geometrie familiari. In pratica ha cercato di recuperare, sul piano delle norme e dei valori, quella credibilità che ha perso sul piano dei progetti di inclusione sociale. 
Il successo di Marine Le Pen ha origine proprio da una tale frattura. L'allontanamento geografico e quello culturale dell'universo popolare, sommati alla crisi ed al senso di insicurezza crescente, alimentano una ricerca di rappresentanze autorevoli, ma anche sufficientemente lontane da quella stessa coincidenza istituzionale che ha costituito per decenni l'essenza del centro-destra. Paradossalmente è proprio l'esclusione di Marine Le Pen da qualsiasi presenza dentro l'establishment politico-culturale a costituire la sua vera chance di successo. 
Dopo lo choc della Brexit e quello, ancora più eclatante, di Donald Trump, sarà la Francia a dare la terza sorpresa sancendo, anche in Europa, il declino definitivo di un'epoca? Ovviamente non è possibile dirlo in quanto, come avviene in tutte le competizioni democratiche, l'opinione pubblica è fortemente esposta alle strategie mediatiche che i diversi attori sceglieranno di giocare nei prossimi giorni e quelle politiche che prenderanno forma nella settimana del ballottaggio. Tuttavia, qualunque sia il risultato che uscirà dalle urne, esso dovrà comunque fare i conti con un paese da recuperare intorno ad un progetto di crescita nel quale dovrà riunirsi e crederci.
22 APRILE 2017 SALVATORE ABBRUZZESE
DA SUSSIDIARIONET


giovedì 20 aprile 2017

DISCERNIMENTO, GIUDIZIO E KRISIS. (PER UNA CHIESA CRITICA)


LEONARDO LUGARESI

Discernimento, più ancora che misericordia, è probabilmente la parola-chiave del pontificato di Francesco. Su questo concetto, e sul modo in cui viene impiegato sempre più diffusamente nella chiesa oggi, ha fatto delle considerazioni pertinenti e assai utili il padre Scalese nel suo blog, qualche giorno fa qui: http://querculanus.blogspot.it/2017/04/dottrina-vs-discernimento.html, e precedentemente qui: http://querculanus.blogspot.it/2016/07/a-proposito-di-discernimento.html.

Michelangelo, Il Giudizio universale, particolare
Le condivido. Vorrei solo aggiungere che, mentre la parola “discernimento” è oggi di gran moda – benché (o forse proprio perché) non sia affatto chiaro che cosa si intende con essa –, la parola “giudizio” non gode di alcun favore tra i cristiani, anzi viene da molti esplicitamente rifiutata.

La frase-emblema di questo pontificato, nella memoria dei più, temo che resterà quel «Chi sono io, per giudicare?», forse sfuggito di bocca al papa durante un colloquio coi giornalisti in aereo e che nella sua mente aveva presumibilmente il senso perfettamente cristiano che “solo Dio è giudice e nessun uomo può usurparne il ruolo”, ma che è stato infelicemente interpretato da quasi tutti nel senso che il giudizio è una cosa sbagliata, cattiva, non cristiana.

Invece giudizio è una parola profondamente cristiana (oltre ad essere la parola più religiosa che ci sia). È una parola bellissima, liberante, gloriosa: vivaddio, tutto è giudicato! Che cosa orrenda, ingiusta, informe, spugnosa sarebbe la vita dell'uomo e del mondo, se non ci fosse la certezza che il giudizio c'è. E c'è il giudizio perché c'è un Giudice (e non a Berlino, che staremmo freschi!).
Tuttavia, prendiamo atto che gli uomini del nostro tempo molto spesso questa parola cristiana, come tante altre, non la capiscono più. Intendono giudizio nel senso di regola astratta, rigida, disumana, che cala dall'alto sulla vita per condannarla ... Non sanno cos'è il giudizio, come non sanno cos'è la dottrina. Bisogna tenerne conto.

In attesa che coloro che fanno da maestri nella chiesa si decidano a tornare ad insegnarle queste parole, adoperiamo pure discernimento.

Purché sappiamo, almeno noi cristiani, che il discernimento altro non è che “il giudizio praticato”, il giudizio messo alla prova della vita quotidiana. «Impariamo a giudicare, è l'inizio della liberazione», ho sentito dire una volta da don Giussani, e mi pare un programma perfetto ancora oggi. Se non è esercizio del giudizio – che ovviamente implica l'uso di un criterio di verità, e la Verità è Cristo – il discernimento degenera fatalmente ad “arte del possibile”, prudenza mondana (poco importa se gesuiticamente rinominata), “discrezione” nel senso di Guicciardini. Tutte cose che poco o nulla hanno a che fare con il cristianesimo.

Il giudizio praticato, però, si potrebbe chiamare ancor meglio crisi o, se si preferisce, krisis, (alla greca, che fa sempre il suo effetto, e per evitare fraintendimenti). 

Krisis è il porsi di un giudizio che nasce dall'esperienza della Verità e si impatta con le altre posizioni umane, si gioca nel confronto e si lascia sfidare da esse e le “mette in crisi”. Cioè ha la capacità di innescare in esse un processo di revisione che, col tempo, le cambia. Perché distingue, separa, spacca i sistemi consolidati di pensiero, li disarticola, li rovescia. Fa un'altra cultura.


Esattamente quello che hanno fatto i cristiani dei primi secoli nei confronti del mondo greco-romano (sin da quando erano l'un per mille, o l'un per cento della popolazione!). e quello che facciamo tanta fatica a fare noi oggi.

L’ AVVENIRE RADIOSO DI GRILLO


di Riccardo Cascioli 20-04-2017


Una lunga intervista – versione tappetino - a Beppe Grillo sulla prima pagina di Avvenire e, contemporaneamente, il direttore di Avvenire Marco Tarquinio che dalle colonne del Corriere della Sera spiega che su tre quarti dei grandi temi, grillini e cattolici sono in piena sintonia.

Una svolta epocale e anche sconcertante quella del quotidiano dei vescovi italiani, che ha provocato numerose reazioni, anche sdegnate. Tanto che Tarquinio ieri sera ha dovuto precisare al Sir che i giudizi espressi nell’intervista al Corriere «sono opinioni personali e non impegnano l’editore». Un tentativo patetico di parare i colpi che sicuramente devono essere arrivati tra la sede milanese del giornale e la segreteria della Conferenza Episcopale a Roma. Ma chi conosce anche superficialmente la realtà dei media Cei sa benissimo che un’operazione di questo genere sarebbe impensabile come iniziativa personale del direttore, tanto più oggi che a guidare il vapore è l'accentratore segretario della Cei monsignor Nunzio Galantino. Fosse vera l’ipotesi di una opinione personale, Tarquinio sarebbe già stato accompagnato all’uscita.

Cerchiamo di capire dunque il senso di questa svolta. Essa si compone di due fattori: uno più propriamente politico, l’altro religioso.
Sul versante politico l’operazione è a doppio senso: da una parte c’è Grillo che sente vicina l’opportunità di andare al governo del Paese e scopre che almeno una parte di voto cattolico potrebbe diventare decisivo per le sue fortune. Così, lui che ha sempre schifato giornali e tv, di punto in bianco decide di concedersi al giornale dei vescovi, dimenticando anche il suo anticlericalismo e le sue performance blasfeme (di cui ovviamente i giornalisti di Avvenire non chiedono affatto conto). Del resto, già nelle elezioni del 2013, secondo un’indagine Ipsos, ha votato 5 Stelle il 20% dei cattolici che dicono di andare a messa tutte le domeniche.
Un calcolo speculare evidentemente si sta facendo anche nei palazzi Cei: visto che un Grillo al governo diventa una possibilità concreta, meglio provare a mettersi subito d’accordo, un po’ come fece l’amministratore disonesto della parabola.

La chiave di lettura sta nell’ultima domanda del Corriere a Tarquinio, quando gli viene chiesto della pretesa della giunta romana di far pagare l’Imu agli edifici ecclesiastici. Il punto è proprio questo: già a Torino e Roma le giunte grilline hanno messo nel mirino i beni della Chiesa, e altre amministrazioni locali importanti saranno cambiate nei prossimi mesi; a livello nazionale poi i 5 stelle hanno già dimostrato di voler dare l’assalto all’8xMille. Il calcolo dunque è presto fatto: in cambio di una bella apertura di credito, si conta di ammorbidire le posizioni grilline sui soldi alla Chiesa e salvare così il malloppo. Del resto, la tanto sbandierata autodeterminazione del popolo e le decisioni prese direttamente dai “cittadini” hanno già ampiamente dimostrato di essere sciocchezze clamorose, buone solo per ingannare gli allocchi: a decidere sono Grillo e Casaleggio, e se Grillo si accorda con Galantino i “cittadini” si possono anche mettere l’anima in pace. Insomma, il denaro sarà pure lo sterco del diavolo, però fa così comodo…

Dietro questi accordi politici di bassa lega c’è però una sempre più evidente debolezza culturale e religiosa. Dice Tarquinio che ci sono molte sensibilità comuni con i 5 Stelle, soprattutto su lotta alle povertà e partecipazione. Espressioni vaghe, su cui peraltro potrebbero concordare praticamente tutti i partiti (c’è forse qualche forza politica che proclama di volere più povertà o che vuole segregare alcuni settori della popolazione?), ma dietro le quali si celano proposte che vanno nel senso dello statalismo più radicale e delle misure economiche alla Chavez (guardiamo il Venezuela come è ridotto), l’esatto opposto della Dottrina sociale della Chiesa. 

Ma facciamo pure finta che ci siano davvero tanti punti di contatto tra grillini e cattolici. Ciò che sconcerta del ragionamento di Tarquinio è il fatto che tutti i temi sono sullo stesso piano: eutanasia, aborto, unioni civili, fecondazione artificiale, libertà religiosa, libertà di educazione – tutti temi su cui la distanza con i grillini è abissale – valgono quanto la comune contrarietà al lavoro domenicale, che per Tarquinio sembra diventata una vera e propria emergenza sociale. 

In pratica, nella visione galantiniana, non esistono più dei princìpi fondanti una comunità civile, non ci sono fondamenta che tengono in piedi tutto l’edificio. Ci sono tanti valori, che si moltiplicano in una società multiculturale, e tutti sono sullo stesso livello. Così si può arrivare a sostenere un partito come i 5 Stelle, pur se questi sono portatori di una concezione dell’uomo antitetica a quella cattolica, anche se lavorano per distruggere la famiglia, per eliminare gli anziani, e così via.


È la negazione della Dottrina sociale della Chiesa – oltre che del buon senso -, è il rovesciamento del Magistero di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, che pure sul comportamento dei cattolici in politica hanno prodotto delle indicazioni molto chiare. Del resto, dopo che hanno abbracciato l’ideologia Lgbt ci si può davvero stupire se Galantino, Tarquinio e compagnia si buttano sui grillini?