mercoledì 25 aprile 2018

COSÌ ALFIE HA SVELATO I PENSIERI DI MOLTI CUORI



 Renzo Puccetti

Michela Marzano, laureata alla Normale di Pisa, docente di filosofia all’Université Paris Descartes, già parlamentare del Partito democratico, poi abbandonato in polemica con la mancata inclusione della stepchild adoption alle coppie dello stesso sesso civilunite, non ha mancato di fare conoscere al mondo il suo pensiero sulla vicenda del piccolo Alfie Evans, il piccolo paziente inglese a cui tutti i tribunali della terra hanno decretato che è il suo interesse morire.


Contro questo piano un popolo si è alzato in piedi, alcuni per mettersi in ginocchio e pregare con l’intenzione di sfondare il Cielo, altri mettendo a disposizione quello che sapevano fare, la penna, il diritto, l’organizzazione. Questo movimento ha alla fine mosso i ministri del governo italiano il quale ha deciso in extremis di conferire la cittadinanza italiana al piccolo bambino di 23 mesi.

Sulle colonne del quotidiano La Repubblica la filosofa Marzano, (IN UN ARTICOLO RIBUTTANTE, ISTERICO E SARCASTICO nota del Crocevia)   ha bollato come «incomprensibile» la cittadinanza ad Alfie. Per la docente di filosofia la vita di quel piccolo paziente «dipende solo dall’accanimento terapeutico», essendo «tenuto in vita solo dalle macchine». Come fa una filosofa ad ostentare una tale certezza? Semplice, «non c’è ragione di opporsi al parere medico in base al quale tenere in vita Alfie significa infliggergli ulteriore dolore», dice. La filosofa che insegna a Parigi dà vita nel suo intervento ad un mappazzone dove mescola «ius soli», «populismo», «diritto di accesso all’Ivg» e diagnosi su Alfie (per la Marzano è un bimbo in fin di vita).

Leggendo che la Marzano discetta di clinica neonatologica, da medico e bioeticista mi sento autorizzato ad un piccolo sconfinamento in agro alieno e citare un filosofo che può prestarsi ad una varietà di contesti: «Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere». È la settima ed ultima proposizione del Tractatus logico-philosophicus di Ludwig Wittgenstein, volutamente lasciata dall’autore senza commento. Ero un giovane medico, una paziente di mio padre fu ricoverata nel mio reparto, la diagnosi era tremenda: metastasi pleuriche di recidiva di carcinoma mammario. La figlia mi domandò cosa ci si poteva aspettare ed io, molto incautamente, le risposi che ci si doveva attendere la morte entro qualche mese. Ero giovane ed inesperto. Quella donna, la cui diagnosi era certa e che sarebbe dovuta passare a miglior vita così velocemente, visse ancora 12 anni. Quel caso mi insegnò quanto possa essere incerta la prognosi.

Ma ad Alfie i medici inglesi non hanno mai posto una diagnosi, in sua assenza fare previsioni e spacciarle per certezze è indice di inadeguatezza o presunzione stupefacenti, che stupiscono ancor più se a promuoverle è chi del rigore metodologico dovrebbe essere conoscitore e custode. Se, come dice la Marzano, Alfie è vivo solo grazie alle macchine, se è in fin di vita, se sopravvive solo attraverso l’accanimento terapeutico, com’è che ora che nessuna macchina lo sostiene più da oltre 16 ore, egli continua ad essere vivo? Se non c’è ragione di dubitare dei medici inglesi, com’è che Alfie riesce a respirare nonostante sia stato staccato dal ventilatore senza alcun tentativo di svezzamento? Com’è che le previsioni di una morte rapida non si sono verificate?

Hanno raccontato che morire era il best interest di Alfie, e l’unica sofferenza gliel’hanno procurata i medici rimuovendogli il sostegno ventilatorio. Hanno raccontato che trasportarlo avrebbe potuto peggiorare la sua situazione, ma se lo avessero lasciato andare a quest’ora Alfie sarebbe già da un pezzo in un lettino del Bambin Gesù.

O i medici che hanno gestito Alfie hanno detto una colossale piramide di fregnacce, oppure in queste ore si è svolto davanti ai nostri occhi qualcosa di miracoloso. O forse ancora si sono verificate entrambe le cose. Se c’è qualcosa per me d’incomprensibile, è l’ostinata e ideologica negazione della realtà quando questa dimostra la fallacia e la mendacia della teoria.

Se la Marzano vuole sostenere che ha ragione il giudice Hayden a dire che la vita di Alfie è futile, lo dica chiaramente e con convinzione, difendendo filosoficamente l’esistenza  della categoria di vite immeritevoli di vita. Abbia il coraggio di affermare che sì, seppure con i mezzi limitati allora a disposizione e per fini forse non sempre condivisibili, il programma eutanasico nazista ha comunque evidenziato la qualità di vita come indicatore del migliore interesse. Si dimostri filosoficamente virile e disponibile alla disputa da cui non ci sottraiamo.
L’esercito di Alfie ha certezza che la vita di quel bambino, così come quella di ogni essere umano, non è futile. Sostenuto da suo padre e sua madre è da milioni di persone nel mondo, questo piccolo bambino ha svelato i pensieri di molti cuori in una maniera così evidente che né io né la Marzano potremo mai sognare di emulare e con la sua enorme fragilità ha tirato fuori la nostra parte migliore, la nostra umanità.

Contra factum non valet argumentum.
TRATTO DA TEMPI

venerdì 20 aprile 2018

GENTE DI NESSUNO?


ALFIE EVANS E TUTTI NOI
LEONARDO LUGARESI
In uno dei passi più tenebrosi – e perciò più luminosi all'intelligenza cristiana della realtà – dei Promessi sposi, nel capitolo XI, don Rodrigo, mentre si accinge a portare alle estreme conseguenze la gran porcata che sta facendo a Lucia e a Renzo, affronta tra sé e sé la paura che il suo comportamento gli ispira e si conforta con queste parole: «Chi si cura di costoro a Milano? Chi gli darebbe retta? Chi sa che ci siano? Son come gente perduta sulla terra; non hanno né anche un padrone: gente di nessuno».
Papa Francesco col padre di Alfie Evans
Così pensa il potere mondano, e così parla quando non finge: quando non ciancia più di “dignità umana”, “valori”, “diritti inalienabili” e “democrazia”, e bada solo alla forza. Chi non ha «neanche un padrone» non è niente, è «gente di nessuno». Da soli, siamo tutti “gente di nessuno”, agli occhi dei padroni del mondo. Come Alfie Evans, che è un piccolo bambino malato, e i suoi genitori che sono poco più che ragazzi, siamo anche noi che siamo adulti, e ci crediamo “scafati”; noi che contiamo puerilmente sulle risibili sicurezze della nostra posizione nella società, dei nostri soldi, delle nostre relazioni. Di fronte al Potere, siamo gente di nessuno.
Ieri è stata una giornata importante, per la chiesa e per il mondo, perché il Papa ha infine ricevuto il babbo di Alfie e ha pronunciato pubblicamente queste parole: «Attiro l’attenzione di nuovo su Vincent Lambert e sul piccolo Alfie Evans, e vorrei ribadire e fortemente confermare che l’unico padrone della vita, dall’inizio alla fine naturale, è Dio!». Sono esattamente le parole che era necessario dire, e che spettava primariamente a lui dire.
Ha chiamato Dio padrone. Ora, “padrone” è una parola aborrita dal linguaggio contemporaneo, fuori e dentro la chiesa. “Né Dio né padrone” è stato lo slogan della rivolta moderna, la cifra della componente anarchica presente un po' in tutte le utopie con cui gli uomini si sono illusi negli ultimi duecento anni. Una parola cruda, che non è educato usare nella conversazione civile e che è quasi sparita anche dal lessico politico. Eppure, se guardiamo alla sostanza delle cose, possiamo forse dire che di padroni, al mondo, non ce ne sono più?
Il papa ieri ha usato quella parola, per ricordare una gran verità che i cristiani hanno da annunciare al mondo: che gli uomini un padrone ce l'hanno, ed è il Signore, Dio onnipotente, eterno e infinitamente buono. Hanno un padrone e proprio per questo non ne hanno altri. So che oggi nella chiesa si preferisce usare un altro linguaggio: si prefersice dire che Dio è padre (anzi è anche madre), è un amico che si è fatto come noi, uno di noi, per amarci e per servirci, e quando è la festa di Cristo re, tutte le omelie di tutte le messe si affrettano a spiegare che sì, Gesù è re, ma non proprio un re, non come i re della terra, e il suo modo di regnare è squello di servire e offrire la sua vita per noi ... Tutto giusto e tutto vero.
Però una chiesa che vuol essere missionaria (o “in uscita”, come oggi si usa dire) deve imparare anche a parlare il linguaggio del mondo, se vuole farsi capire. E non solo quello di superficie, ma anche quello profondo. A gente come noi, che, in fondo in fondo, la pensa come don Rodrigo, bisogna saper dire chiaro e forte quello che il papa ha detto ieri: che l'unico padrone della vita è Dio. Quel Dio a cui l'uomo contemporaneo è sempre pronto a chiedere ragione di tutto quello che nella vita non gli va bene.
C'è un particolare, nella parabola dei talenti, che mi ha sempre colpito: quando il servo infingardo vuole giustificarsi per non aver trafficato il talento che gli era stato affidato dal padrone quasi lo rimprovera di essere «un uomo duro, che miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso». Il padrone, che nella parabola simboleggia Dio, non lo corregge e non nega affatto di essere come ha detto il servo, ma rivendica la sua sovrana libertà di agire come vuole: «Il padrone gli rispose: Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l'interesse» (Mt 25,26-27).
leonardolugaresi | 19 aprile 201

mercoledì 11 aprile 2018

UNGHERIA NON XENOFOBIA, MA SOVRANITÀ


L'UNIONE EUROPEA E LA DOTTRINA BREZNEV

Rodolfo Casade


(…) Perché nell’Ungheria del 2018 la questione delle frontiere e dei migranti è più decisiva per l’esito delle elezioni degli argomenti che riguardano l’operato in bene e in male del governo? Perché la vertenza che si trascina con l’Unione Europa dal 2015, cioè il rifiuto da parte di Budapest di ricollocare 1.294 richiedenti asilo provenienti da Italia e Grecia, è così importante per governanti ed elettori ungheresi?


I media e l’establishment dell’Europa Occidentale e Bruxelles agitano gli spauracchi della xenofobia, dell’antisemitismo, delle risorgenze fasciste o della penetrazione strisciante della Russia di Putin.
Un misto di arroganza e ignoranza: Viktor Orban è stato dissidente antisovietico, si è laureato con una tesi su Solidarnosc, ha studiato a Oxford grazie a una borsa di studio della fondazione di George Soros (proprio lui!), la sua formazione politica è da sempre affiliata al Partito Popolare Europeo.
(…)
La parola chiave per capire quello che a livello politico succede in Ungheria e in altri paesi dell’Est che hanno aderito alla Ue (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia) non è xenofobia, ma sovranità. L’Ungheria, come gli altri paesi dell’Europa orientale i cui elettorati hanno votato in massa forze nazional-conservatrici o populiste euroscettiche, è una nazione che ha trascorso metà della sua storia sotto il tallone di potenti vicini: nel suo caso ottomani, austriaci, sovietici. Ha perduto popolazione e territorio in conseguenza delle due guerre mondiali. Non ha partecipato a imprese coloniali, non ha praticato l’imperialismo nei confronti dei continenti extraeuropei nel XIX o nel XX secolo, dunque non nutre complessi di colpa verso africani e mediorientali.

Ha aderito all’Unione Europea per godere della prosperità e dell’indipendenza che fino ad allora gli erano state per lungo tempo negate. Ora queste nazioni scoprono che il prezzo della prosperità che l’adesione alla Ue ha certamente favorito è la progressiva rinuncia alla propria indipendenza a vantaggio di una integrazione dove tutte le culture e le storie sono tenute a sciogliersi in un’indistinta unità fondata sulla libertà di mercato e sui diritti individualistici.

Liberatisi della dottrina brezneviana della “sovranità limitata”, in base alla quale nessun paese socialista poteva sperare di riavvicinarsi al capitalismo senza che gli altri paesi socialisti, a cominciare dall’Unione Sovietica, intervenissero con le buone o con le cattive per riportarlo all’ovile, oggi i paesi dell’Est si trovano di fronte a una nuova versione di quella dottrina, concepita stavolta a Bruxelles: nessun paese della Ue può opporsi al progetto di sempre maggiore integrazione fra i paesi aderenti, compresa la delicata materia delle politiche dell’immigrazione, senza rischiare di perdere i diritti di voto e i finanziamenti dei Fondi di coesione.

Ma questa linea dura contro Budapest e Varsavia che trova ogni giorno nuovi sostenitori in Europa occidentale e a Bruxelles rischia di aggravare la crisi di coesione dell’Unione anziché risolverla. Occorrerebbe invece contemperare i processi di integrazione con la salvaguardia delle identità nazionali. Come scrive il filosofo Mathieu Bock-Côté: «Il diritto alla continuità storica è vitale per un popolo».

 Aprile 11, 2018 TEMPI

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sabato 7 aprile 2018

LA BELLEZZA DELL'AMORE - Don Agostino Tisselli

 

Intervista all'autore con domande di Andrea Nucci e Letizia Raggini presso la Biblioteca "LA CECCARELLI" di Gatteo FC - Giovedì 5 aprile 2018.

"Trovare uno che ti parla dell'amore umano è una grande grazia: è trovare chi ti parla di te nella tua intima completezza"

giovedì 5 aprile 2018

UN LINGUAGGIO NUOVO NON SI INVENTA A TAVOLINO


DON BOSCO, DON GIUSSANI E GUARESCHI

Aprile 2018 Peppino Zola

In occasione del Sinodo, molti “esperti” cattolici cercano un “linguaggio” nuovo per parlare alle nuove generazioni. L’esempio di don Bosco, Giussani e Guareschi

Card. Woytyla. e don Giussani 1973
Caro direttore, in questi giorni, sull’onda del “lancio” del Sinodo sui giovani che si terrà nel prossimo ottobre, ho letto e sentito molti “esperti” cattolici sottolineare che occorre trovare un “linguaggio” nuovo per parlare alle nuove generazioni, quasi che ci si dovrebbe mettere a tavolino per inventare qualche cosa di “diverso” per potere annunciare Gesù. Seguendo questa strada, si rischia di non pescare le cose da dire nella stessa storia della Chiesa, pensando che ogni volta occorra ricominciare da zero. Un nuovo inizio non è ricominciare da zero.

Pensando a queste cose, mi sono venuti in mente due grandi educatori: san Giovanni Bosco del secolo XIX ed il servo di Dio don Luigi Giussani, che ha iniziato la sua opera nel secolo XX fino agli inizi del secolo presente. Questi due immensi sacerdoti hanno avuto in comune, innanzi tutto, la passione per Gesù Cristo presente nella Chiesa cattolica e quindi in misura struggente il desiderio di annunciarLo soprattutto ai giovani; la decisione di abbandonare tutto il resto per andare a condividere la vita dei giovani stessi (anche se in situazioni diverse); di credere in quello che dicevano e facevano, tanto che i giovani si sono convertiti seguendoli. Entrambi non hanno inventato un “linguaggio” nuovo a tavolino, ma, forti della fede in Cristo, hanno annunciato ciò che lo spirito dettava loro.

Caro direttore, mi chiedo perché gli attuali educatori cattolici non si chiedano per quale motivo, solo pochi decenni fa, il sacerdote ambrosiano sia riuscito a parlare ai giovani moderni, molti dei quali lo hanno seguito anche nella loro vita adulta. Se essi si rivolgessero ai suoi metodi ed alle sue indicazioni, invece che arrovellarsi su che cosa inventare di nuovo, forse perderebbero meno tempo e sarebbero finalmente un po’ efficaci. L’efficacia di don Giussani risiede nel fatto che egli credeva veramente in Gesù Cristo, come si può constatare leggendo le pagine 162 e 163 della Vita di don Giussani di Alberto Savorana (Rizzoli): egli è entrato al liceo Berchet «con il cuore tutto gonfio dal pensiero che Cristo è tutto per la vita dell’uomo, è il cuore della vita dell’uomo». Questo è stato il suo punto di partenza e dovrebbe essere il punto di partenza di chiunque voglia parlare cristianamente ai giovani di oggi.

Ma don Giussani ha indicato anche un metodo, a cui nessuno degli “esperti” sentiti in questi giorni ha fatto riferimento. Mi riferisco, in particolare, a quanto don Giussani scrisse nel 1959 (dopo i primi cinque anni di esperienza in Gioventù Studentesca) nel libretto intitolato Gioventù Studentesca. Riflessioni sopra un’esperienza, che ora possiamo ritrovare nel volume Il cammino al vero è un’esperienza (Rizzoli). Tale libretto indica, in termini molto precisi, un chiaro percorso educativo e così inizia: «Il richiamo cristiano deve essere: deciso come gesto; elementare nella comunicazione; integrale nelle dimensioni; comunitario nella realizzazione».
Con questa lettera, vorrei riprendere il primo di questo 4 punti: il richiamo cristiano (la prima parola scritta da don Giussani sulla sua esperienza in GS è una parola missionaria) deve essere 

DECISO COME GESTO.

In due pagine (25-26), don Giussani indica un metodo che mi pare sconfessi tutta la timidezza dei cattolici quando affrontano il problema dell’annuncio. Infatti, egli scrive che «la prima condizione per raggiungere tutti è una iniziativa chiara di fronte a chiunque… perché… può essere illusione ambiguamente coltivata quella… di proporsi alle persone con una indecisione tale da sminuire il richiamo, nel timore che il suo urto contro la mentalità corrente indisponga gli altri». E poi aggiunge: «Ad un certo momento occorre porsi di fronte ai problemi seri… anche nel dialogo con gli altri e per questo occorre la forza di mettersi contro, che è quanto Cristo ci ha chiesto per farci entrare nel regno: “chi avrà avuto vergogna di me di fronte agli uomini, anch’io avrò vergogna di lui di fronte al Padre mio”». Don Giussani termina questo punto, scrivendo che occorre «sfidare l’opinione di tutti per seguire Gesù». Innanzi tutto, quindi, occorre non avere alcuna paura, sia personalmente che comunitariamente, nel richiamare a Cristo, il quale ci ha già preconizzato che, comunque, non saremo popolari nel farlo: non avremo certo l’approvazione del “mondo”. Tutta la liturgia della settimana Santa e dell’ottava di Pasqua ci invita, guarda caso, ad essere espliciti e chiari nell’annunciare la Risurrezione di Gesù (san Pietro è andato in galera per questo).

Ho letto recentemente un episodio del don Camillo di Guareschi, quello intitolato “La paura continua”. Don Camillo, che aveva scritto una certa verità sul giornaletto della sua parrocchia, confida a Cristo la sua amarezza per avere incontrato la disapprovazione di tanti parrocchiani. Cristo, dalla croce, gli risponde spiegandogli perché ha suscitato l’odio di tanti: «Ti odiano. Vivevano caldi e tranquilli dentro il bozzolo della loro viltà… nessuno aveva detto pubblicamente questa verità. Tu hai parlato e agito in modo tale che essi ora debbono saperla la verità. E perciò ti odiano e hanno paura di te… essi non ti saranno riconoscenti, ma ti odieranno e, se potranno, ti uccideranno, perché tu li costringi ad accorgersi di quello che essi già sapevano ma, per amor di quieto vivere, fingevano di non sapere. Essi hanno occhi ma non vogliono vedere. Essi hanno orecchie ma non vogliono sentire».
Anche questo brano di Guareschi (sembra quasi di leggere un pezzo di Vangelo) sottolinea come l’annuncio cristiano porta in sé una dimensione drammatica, che non può avere i tratti di un’azione piccolo borghese. L’annuncio deve essere deciso innanzi tutto per salvare la verità di chi lo fa; ma anche per mettere in moto la libertà dell’altro, a costo di smuovere le acque tranquille.

Capisco perché don Giussani, al termine di un memorabile intervento al Meeting di Rimini, disse a noi, diventati adulti: «Auguro a me e a voi di non stare mai tranquilli».


domenica 1 aprile 2018

PASQUA: QUELL’EVENTO SU CUI SI FONDA LA CHIESA



BENEDETTO XVI: UDIENZA GENERALE nell’Ottava di Pasqua
Piazza San Pietro, Mercoledì 15 aprile 2009

Isole Lofoten, Northern Light
(…) La “via crucis”, che nel Triduo Santo abbiamo ripercorso con Gesù sino al Calvario rivivendone la dolorosa passione, nella solenne Veglia pasquale è diventata la consolante “via lucis”.

Visto dalla risurrezione, possiamo dire che tutta questa via della sofferenza è cammino di luce e di rinascita spirituale, di pace interiore e di salda speranza. Dopo il pianto, dopo lo smarrimento del Venerdì Santo, seguito dal silenzio carico di attesa del Sabato Santo, all’alba del “primo giorno dopo il sabato” è risuonato con vigore l’annuncio della Vita che ha sconfitto la morte: “Dux vitae mortuus/regnat vivus - il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa!”

La novità sconvolgente della risurrezione è così importante che la Chiesa non cessa di proclamarla, prolungandone il ricordo specialmente ogni domenica: ogni domenica, infatti, è “giorno del Signore” e Pasqua settimanale del popolo di Dio. I nostri fratelli orientali, quasi a evidenziare questo mistero di salvezza che investe la nostra vita quotidiana, chiamano in lingua russa la domenica “giorno della risurrezione” (voskrescénje).

È pertanto fondamentale per la nostra fede e per la nostra testimonianza cristiana proclamare la risurrezione di Gesù di Nazaret come evento reale, storico, attestato da molti e autorevoli testimoni.

Lo affermiamo con forza perché, anche in questi nostri tempi, non manca chi cerca di negarne la storicità riducendo il racconto evangelico a un mito, ad una “visione” degli Apostoli, riprendendo e presentando vecchie e già consumate teorie come nuove e scientifiche.

Certamente la risurrezione non è stata per Gesù un semplice ritorno alla vita precedente. In questo caso, infatti, sarebbe stata una cosa del passato: duemila anni fa uno è risorto, è ritornato alla sua vita precedente, come per esempio Lazzaro. La risurrezione si pone in un’altra dimensione: é il passaggio ad una dimensione di vita profondamente nuova, che interessa anche noi, che coinvolge tutta la famiglia umana, la storia e l’universo. (
….)

È vero: la risurrezione di Gesù fonda la nostra salda speranza e illumina l’intero nostro pellegrinaggio terreno, compreso l’enigma umano del dolore e della morte. La fede in Cristo crocifisso e risorto è il cuore dell’intero messaggio evangelico, il nucleo centrale del nostro Credo.


sabato 31 marzo 2018

SABATO SANTO : NELL'ORA DEL SEPOLCRO SONO LE DONNE A RESISTERE


  SUOR GLORIA RIVA

Quadrittico di Charles Stein (68 miniature radunate in quattro pannelli) attribuite aSimon Bening e soci, ca. 1525-1530 Walters Conservation Department Baltimora USA
                                                      
Il Venerdì Santo termina così: in silenzio. Un corpo avvolto in un lenzuolo con il volto già livido. Questa miniatura - non meno del Cristo di Holbain che ha fatto gridare al Principe Puskin: quale bellezza salverà il mondo? -, ci lascia con la stessa angosciosa domanda. Sì, chi ci salverà se Colui che credevamo essere il Messia ci consegna alla solitudine di un mondo che, a tratti, conserva ancora i segni di una non redenzione, di una ribellione al bene e al vero pertinace, testarda e quasi tronfia nelle sue sicurezze?
Appare così, ai più, la Chiesa oggi: sparuta, come questi pochi rimasti al sepolcro. In quest’ora di dolore, delle folle in attesa durante la moltiplicazione dei pani, nemmeno l’ombra; così pure nemmeno l’ombra dei settantadue, dei dodici, di quei cugini che un giorno avevano rivendicato la parentela. Il nostro artista ha voluto mettere Pietro, a capo chino, avvilito dal tradimento appena consumato. Non ha più neppure l’aureola, l’ha perduta nella mischia demoniaca che infuriava sopra la collina del Golgota.
A ben vedere agli occhi dei discepoli doveva apparire come il disfacimento totale. Se non ci fosse stata la Madre a tenere, dentro quel silenzio, la Madre e le altre Marie: Maria di Magdala, Maria di Cleofe, Salome. Nell’ora del sepolcro, come nell’ora del parto sono le donne a resistere.
Così in questo sabato santo mi sembra di dover pregare per loro, per le donne di questo secolo, per quelle che devono vincere la battaglia contro il disfacimento della loro dignità, contro la mercificazione del loro corpo, contro una cultura che fa del loro utero di vita un luogo di morte.
Se le donne non staranno salde in quest’ora che ne sarà di questa umanità desolata, stanca. È bella la miniatura del Quadrittico di Stein che mostra Maria mentre perde il velo blu, le cade. Il blu è il Mistero, dunque può senz’altro significare la desolazione della Madre di fronte alla divinità di Cristo oltraggiata, ma il blu è anche il colore della notte di un cielo che si è fatto cupo e non può vedere Dio. Sul suo capo brilla già l’alba di Pasqua, ella confida nel Signore. Si aggrappa a quel corpo come a un’ancora di salvezza.
Il sepolcro è lì dietro, con le sue fauci spalancate, mentre all’orizzonte svetta la croce con la scala della deposizione, tutto rimanda all’ora del dolore, ma la Madre bacia il Figlio come se fosse appena uscito dal suo grembo con la vivacità e la vita di un neonato.
Colgo lo sguardo, stupito per quel gesto materno, di Giuseppe d’Arimatea.Anche lui regge e trattiene, quasi, il corpo del Salvatore. Una lettura della V settimana di Quaresima, di Gregorio Nazianzeno, chiede di immedesimarsi in uno dei personaggi in scena nel corso della passione. Mi piace come presenta Giuseppe d’Arimatea: uno che chiede a Pilato il Corpo di Gesù, uno che osa. Uno che va dal potente di turno e non si lascia intimidire. Va e chiede ciò che la Chiesa ha di più caro: il Corpo del Salvatore.
Così dovremmo essere noi: gente disposta a perdere tutto ma non l’Eucaristia. Dovremmo consumare il gradino della porta dei potenti di turno e farci dare il Corpo di Gesù, la possibilità di celebrare, di adorare, di portare questo corpo in giro tra le strade e le piazze della città.
Sì, prego per le donne mie contemporanee, ma anche per gli uomini, per quelli che, come Giuseppe d’Arimatea, osano e per quelli che, come Nicodemo, non osano. Questo Corpo li ritrova uniti, fratelli.
Questo Corpo ha un’attrattiva senza precedenti. A lui ci dobbiamo aggrappare. L’Eucaristia è un perenne silenzio gravido di vita, nella storia dell’umanità. Un sabato santo senza fine che solca le tempeste della storia. Mi sovviene l’esempio di Satiro, fratello del grande Ambrogio. Ancora catecumeno si salvò da un terribile naufragio tenendo il Santissimo al collo, lui che non sapeva nuotare, per salvare se stesso salvò prima il Sacramento.
Ecco: che nelle tempeste della storia, nel sabato santo della fede, ci si possa aggrappare all’Eucaristia certi di essere salvati.

venerdì 30 marzo 2018

VENERDI' SANTO: IL CHIODO

Michelangelo, La Pietà (particolare)


Il chiodo

Quanto silenziosa la stanza d’ospedale
un silenzio denso di sospiri
lo sguardo che vaga
in cerca di qualcosa cui appigliarsi,
ma sopra il muro bianco
soltanto un chiodo inerte
con il suo moncone nero.

Solo un chiodo sulla parete nuda.
Quanto più inumano un ospedale
senza Cristo con le braccia aperte.

Eppure quel chiodo abbandonato
evoca ancora chi reggeva,
un’assenza, la memoria
di quella croce che da secoli,
in milioni di stanze bianche,
ha accompagnato in silenzio
le pene, le sofferenze umane.

FRANCO CASADEI


giovedì 29 marzo 2018

GIOVEDI’ SANTO: IL PANE E LE PIETRE




Benedetto XVI nel suo Gesù di Nazareth 

ricorda una tentazione quaresimale di Gesù nel deserto: il diavolo lo invita a trasformare le pietre in pane.
In effetti, si chiede Benedetto, “il primo criterio di identificazione del redentore davanti al mondo e per il mondo non dovrebbe essere quello di dare il pane e mettere fine alla fame dell’uomo?… Il marxismo ha fatto proprio di questo ideale – in modo comprensibilissimo- il cuore della sua promessa di salvezza: avrebbe fatto sì che ogni fame fosse placata e che ‘il deserto diventasse pane“.

Botticelli: Le tentazioni di Cristo (Cappella Sistina, part.)
Ma Cristo non ha scelto, per la Chiesa, questa strada: ha dato da mangiare, ha moltiplicato i pani, ma non ha cancellato la fame e non ha invitato gli apostoli ad altro che ad “annunciare la buona novella. Li ha invitati a mettere Dio davanti a tutto, per avere poi tutto il resto, “in sovrappiù”.

Questo perché, scrive Benedetto, “è in gioco il primato di Dio. Si tratta di riconoscerlo come realtà, una realtà senza la quale nient’altro può essere buono. Non si può governare la storia con mere strutture materiali, prescindendo da Dio. Se il cuore dell’uomo non è buono, allora nessuna altra cosa può diventare buona. E la bontà di cuore può venire solo da Colui che è Egli stesso la Bontà, il Bene… In questo mondo dobbiamo opporci alle illusioni di false filosofie e riconoscere che non viviamo di solo pane, ma anzitutto dell’obbedienza alla parola di Dio. E solo dove si vive questa obbedienza nascono e crescono quei sentimenti che permettono di procurare anche pane per tutti.”.

Per questo coloro che si sono incaricati di far sparire la fame da soli, senza Dio, hanno sempre fallito.

I marxisti, scrive Benedetto, “credevano di poter trasformare le pietre in pane, ma hanno dato pietre al posto del pane”. Così “gli aiuti dell’Occidente in paesi in via di sviluppo, basati su principi puramente tecnico-materiali, che non solo hanno lasciato da parte Dio, ma hanno anche allontanato gli uomini da Lui con l’orgoglio della loro saccenteria, hanno fatto del Terzo Mondo, il Terzo Mondo in senso moderno”, mettendo da parte “strutture morali, religiose, sociali esistenti” per introdurre la loro “mentalità tecnicistica nel vuoto”.

Senza esito, anzi peggio.


lunedì 26 marzo 2018

VIVERE DA CRISTIANI IN UNA EUROPA POST CRISTIANA


LA LETTURA DEL POST PRECEDENTE  non dice nulla di nuovo e di sorprendente, ma conferma ancora una volta qualcosa che tutti sappiamo, ma a cui spesso preferiamo non pensare.
LEONARDO LUGARESI
L'Europa non è più – salvo qualche non del tutto irrilevante eccezione – cristiana. Sta rapidissimamente diventando, per ineluttabili ragioni di ricambio anagrafico, un continente popolato da persone per le quali il cristianesimo non rappresenta più niente, di fatto non esiste.


Il che significa che non esiste più l'Europa, nel senso che storicamente ha questo concetto, perché – come insegnava san Giovanni Paolo II, il cristianesimo e l'Europa «sono due realtà intimamente legate nel loro essere e nel loro destino. Hanno fatto insieme un percorso di secoli e rimangono marcate dalla stessa storia.
L’Europa è stata battezzata dal cristianesimo; e le nazioni europee, nella loro diversità, hanno dato corpo all’esistenza cristiana. Nel loro incontro si sono mutuamente arricchite di valori che non solo sono divenuti l’anima della civiltà europea, ma anche patrimonio dell’intera umanità. Se nel corso di crisi successive la cultura europea ha cercato di prendere le sue distanze dalla fede e dalla Chiesa, ciò che allora è stato proclamato come una volontà di emancipazione e di autonomia, in realtà era una crisi interiore alla stessa coscienza europea, messa alla prova e tentata nella sua identità profonda, nelle sue scelte fondamentali e nel suo destino storico. L’Europa non potrebbe abbandonare il cristianesimo come un compagno di viaggio diventatole estraneo, così come un uomo non può abbandonare le sue ragioni di vivere e di sperare senza cadere in una crisi drammatica. È per questo che le trasformazioni della coscienza europea spinte fino alle più radicali negazioni dell’eredità cristiana rimangono pienamente comprensibili solo in riferimento essenziale al cristianesimo. Le crisi dell’uomo europeo sono le crisi dell’uomo cristiano. Le crisi della cultura europea sono le crisi della cultura cristiana».
Parole che sembrano venire da un remoto passato, ma che furono pronunciate appena 36 anni fa, nel memorabile discorso ai vescovi europei del 5 ottobre 1982, e che mantengono tutta la loro validità, come base per un giudizio cristiano da elaborare oggi, quando ciò che Giovanni Paolo II paventava è avvenuto e l'Europa ha abbandonato il cristianesimo come un compagno di viaggio diventatole estraneo.
I cristiani europei, però, non hanno abbandonato la fu Europa. Ci sono, e ci saranno sempre dei cristiani, perché Dio non cessa mai di scegliere i suoi, il suo resto, i suoi “eletti” come segno per tutto. E per questi pochi (noi!?), la fu Europa resta il "nostro mondo”. La domanda è dunque: come vivere da cristiani (europei) in una ex-Europa non cristiana?


EUROPA AL CAPOLINEA POST-CRISTIANO



Un continente senza Dio, una nuova drammatica ricerca del Guardian 
 tratto da ilfoglio 26 Marzo 2018

Già nel 1799 Novalis avvertiva il rischio di una crisi epocale, rimpiangendo nel suo “La Cristianità, ossia l’Europa”, i “bei tempi in cui l’Europa fu terra cristiana”. Il suo saggio non fu accolto benissimo, tanto da essere pubblicato quasi trent’anni più tardi, nel 1826.
La desacralizzazione del continente, da allora, non si è mai arrestata. Nel 2000, anno in cui si discuteva dell’inserimento del riferimento alle radici giudaico-cristiane nella Costituzione europea, l’allora cardinale Joseph Ratzinger disse che, prima che un concetto geografico, l’Europa era cultura e storia.

Che l’Europa abbia perso la propria fede, insomma, non è una novità, ma la conferma definitiva arriva da un articolo del Guardian che indaga la crescita dei cosiddetti Nones, le persone senza affiliazione religiosa. La maggior parte dei giovani europei non crede in nessun Dio, ha perso ogni senso del sacro. Secondo  il sondaggio citato dal Guardian, effettuato dalla St. Mary University Twickenham di Londra, l’Europa sta marciando dritta verso una società post-cristiana. In Repubblica ceca il 91 per cento dei giovani tra i 16 e i 29 anni dichiara di non avere affiliazioni religiose. In Estonia, Svezia e Olanda, la percentuale scende (di poco) tra il 70 e l’80 per cento. I paesi più religiosi sono la Polonia, dove soltanto il 17 per cento dei giovani adulti si definisce “non religioso”, e la Lituania, con il 25 per cento. Intervistato dal quotidiano britannico, il responsabile della ricerca, Stephen Bullivant, ha detto che “la religione è moribonda”.
L’ateismo sta diventando la norma, anche se ci sono delle divergenze significative. “Paesi vicini, con una storia simile, hanno profili estremamente differenti”, specifica Bullivant. Si prendano i due paesi più religiosi e i due, all’opposto, più atei: Polonia e Lituania, Repubblica ceca ed Estonia. Si tratta in tutti e quattro i casi di stati post comunisti, che però affondano le proprie radici su identità differenti, anche nel modo in cui la transizione dal regime sovietico è stata affrontata. Fra chi si dichiara credente, però, non tutti affrontano la propria dimensione spirituale allo stesso modo: praticanti ce ne sono sempre meno. Il sondaggio della St. Mary’s University, effettuato da un centro di ricerca intitolato – non a caso – a Benedetto XVI, non considera l’Italia (su cui Bullivant ha promesso un aggiornamento dei dati) ed evidenzia come soltanto in Polonia, Portogallo e Irlanda più del 10 per cento dei giovani vada a messa almeno una volta alla settimana. Molti giovani europei “dopo il battesimo non hanno più varcato la porta di un edificio di culto”.
Senza considerare poi l’immigrazione: nel Regno Unito per esempio, i dati vanno tarati considerando le persone che arrivano da fuori: un cattolico su cinque non è nato in Gran Bretagna. E poi ci sono i musulmani, che hanno un tasso di natalità e “un’affiliazione religiosa” molto più alti. L’Europa ormai è una terra senza Dio, e senza il cristianesimo, di cui si perde traccia anche nei paesi che storicamente hanno rappresentato la cultura europea: in Francia i cristiani adulti sono soltanto il 26 per cento, il 20 in Germania. Cosa sarà l’Europa, se sottomessa al politically correct o a un nuovo Dio, non si può dire. Per la sopravvivenza delle nostre radici forse, sarà comunque troppo tardi. 

L’ALTRA FACCIA DELL’EUROPA



il cinismo delle nazioni unite supera ogni limite


Il 23 marzo il quotidiano polacco Nasz Dziennik ha smascherato  i piani dell'Unione europea per promuovere l'aborto e l'ideologia di genere cosi come vuole imporre l’ONU. 
Solo due paesi membri finora rifiutano questa imposizione.
i premier Orban (Ungheria) e Morawieck (Polonia)

Il Consiglio dell'Unione europea chiama "diritti umani" la concessione di uccidere i bambini non ancora nati
Questa agenda ideologica, che va contro ai diritti umani dei bambini non nati e che mira a rendere obbligatori i dogmi del femminismo di sinistra nell'Unione europea, deriva da un documento intitolato "Conclusioni del Consiglio sulle priorità dell'UE per il 2018 nei forum dell'Unione europea. Nazioni Unite sui diritti umani "(vedi PDF qui) , approvato il 26 febbraio dal Consiglio dell'Unione Europea a Bruxelles. È un paradosso che il documento invochi i diritti umani per negarli, perché al punto 6 di tale documento, il Consiglio dell'UE manifesta il suo sostegno a "salute e diritti sessuali e riproduttivi " , un eufemismo con cui diverse organizzazioni internazionali stanno promuovendo anni una serie di politiche sull'aborto che hanno come base principale la soppressione dei diritti umani dei bambini non nati.

L'ideologia di genere, mascherata da "prospettiva"
Nello stesso punto 6, il Consiglio dell'UE afferma che continuerà a "cercare l'integrazione della prospettiva di genere attraverso il lavoro del Consiglio dei diritti umani, dell'Assemblea generale e di altri forum sui diritti umani". Il concetto di "prospettiva di genere" è l'eufemismo usato dal progressismo internazionale per mascherare l'ideologia di genere , una dottrina politica creata nelle file marxiste che nega le basi biologiche delle differenze sociali e culturali tra uomini e donne, e sostiene che la donna è oppressa da l'uomo. In pratica, questa ideologia trasferisce la tesi marxista della lotta di classe ai sessi.

Ungheria e Polonia prendono le distanze da queste due imposizioni ideologiche
Nasz Dziennik sottolinea che solo la Polonia e l'Ungheria si sono distinte dalla "formulazione più pericolosa" di quel documento. Entrambi i paesi hanno rilasciato precise dichiarazioni d’intenti, secondo il quotidiano polacco. Secondo il trattato di Lisbona, uno Stato non è tenuto ad applicare la decisione presa dal resto dell’unione. Le decisioni sulla politica estera comune dell'UE devono essere prese all'unanimità, secondo l'art. 31 del Trattato di Lisbona , così la Polonia o l'Ungheria potrebbero semplicemente porre un veto su quel documento, ma hanno scelto un'altra opzione meno impegnativa. Secondo l'eurodeputato polacco Marek Jurek, del partito Prawica Rzeczypospolitej (ala destra della Repubblica), "la Polonia deve opporsi fermamente e presentare un'alternativa come questo rullo mette in discussione i principi di base e le istituzioni sociali in modo inarrestabile ".

L'ONU sollecita la Polonia a non proteggere i bambini non nati
Inoltre, questo giovedì, 22 marzo, un "gruppo di esperti" del Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha attaccato la Polonia perché con un'iniziativa legislativa popolare intitolata "Zatrzymaj aborcję" (Stop all'aborto) cerca di offrire protezione legale ai bambini non nati che soffrono una disabilità. Allo stato attuale, e sebbene la Polonia abbia una delle leggi europee che proteggono maggiormente i bambini non ancora nati, nel paese slavo è ancora permesso abortire quando il nascituro soffre di sindrome di Down o di qualsiasi altra disabilità. Lunedì, l'iniziativa legislativa è stata approvata dalla Commissione Giustizia e Diritti Umani del Sejm , la camera bassa del Parlamento polacco. Se questa iniziativa dovesse passare,La Polonia farebbe un passo storico per combattere l'aborto eugenetico e proteggere i disabili dall'inizio della loro vita.

Proteggere la vita dei più innocenti significa "violare i diritti umani"?
Nella sua dichiarazione, il "gruppo di esperti" delle Nazioni Unite accusa la Polonia di "violare gli obblighi internazionali della Polonia in materia di diritti umani", limitando l'accesso all'aborto per le madri che vogliono liberarsi dei propri figli. La dichiarazione è l'apice del cinismo, poiché con questa iniziativa legislativa popolare si vogliono proteggere i diritti umani di tutti, compresi i non nati. Le politiche abortiste sono quelle che violano tali diritti. Dobbiamo ricordare che la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo , che è il testo fondamentale dell'ONU, è chiara nell'articolo 3: Ogni individuo ha diritto alla vita. L'articolo non distingue tra umani nati e umani non ancora nati. In tutta la Dichiarazione non si fa menzione dell'aborto come "giusto". 
Tuttavia, alcuni paesi membri e potenti gruppi di pressione sono riusciti, per anni, a includere l'aborto nelle politiche delle Nazioni Unite mascherato dal summenzionato eufemismo dei "diritti sessuali e riproduttivi". Ma dobbiamo ricordare l'ovvio: l' aborto non è un diritto, sta violando il diritto alla vita del più innocente e indifeso. E in questo senso dobbiamo congratularci con la Polonia e l'Ungheria per aver respinto le imposizioni abortiste di alcune organizzazioni internazionali.