domenica 24 settembre 2017

CARLO CAFFARRA: QUESTO E’ L’EVENTO CRISTIANO


 IL VERBO SI GETTÒ NELLA CORRENTE DEL MALE PER SALVARE L’UOMO

 estratto del discorso che avrebbe tenuto al convegno della Bussola

«Due persone camminano sull’argine di un fiume in piena. Uno sa nuotare, l’altro no. Questi scivola e cade nel fiume, che sta travolgendolo. Tre sono le possibilità che l’amico ha a disposizione: insegnare a nuotare; lanciare una corda e raccomandargli di tenerla ben stretta; buttarsi in acqua, abbracciare il naufrago, e portarlo a riva.

Quale di queste vie ha percorso il Verbo Incarnato, vedendo l’uomo trascinato all’autodistruzione?
La prima, risposero i pelagiani, e rispondono tutti coloro che riducono l’evento cristiano a esortazione morale.
La seconda, risposero i semi-pelagiani, e rispondono coloro che vedono grazia e libertà come due forze inversamente proporzionali.
La terza, insegna la Chiesa. Il Verbo, non considerando la sua condizione divina un tesoro da custodire gelosamente, si gettò dentro la corrente del male, per abbracciare l’uomo e portarlo a riva. Questo è l’evento cristiano.

Chiediamoci: a quale profondità la ricostruzione dell’umano deve cominciare? (…) Il male della persona umana in quanto tale è il male morale, poiché esso colpisce il soggetto personale. La ricostruzione dell’umano o comincia a questo livello o sarà sempre semplice chirurgia estetica. L’atto redentivo di Cristo, accaduto una volta per sempre sulla Croce, e sacramentalmente sempre presente e operante nella Chiesa, guarisce precisamente quella lacerazione del soggetto dalla quale ha origine la devastazione dell’umano. E la Chiesa esiste per questo: per rendere presente qui e ora l’atto redentivo di Cristo. Guai se la memoria della Chiesa ha altri contenuti!».


giovedì 21 settembre 2017

"AVVENIRE", ORMAI È SOLO IDEOLOGIA


Avvenire di domenica scorsa ha stupito i lettori con una copertina apposita per spingere politicamente per l’approvazione della legge sullo ius soli. Una copertina che avvolgeva il giornale come si fa per i grandi eventi o per le grandi battaglie. Completava il quadro un editorialone del direttore. Qualsiasi cattolico che avesse delle perplessità di qualsiasi genere su questo disegno di legge è stato così indotto o a temere di non essere cattolico oppure a non rinnovare l’abbonamento ad Avvenire. In ogni caso la copertina divideva i cattolici, sia tra di loro che rispetto ad Avvenire. Ne valeva la pena?
 
Che interesse ci può essere ad appoggiare in modo così intransigente una legge problematica, che divide gli italiani; che contrappone ricchi e poveri perché sono questi ultimi a sopportare maggiormente il peso dei disguidi di una immigrazione incontrollata; che molti osservatori responsabili e competenti hanno mostrato essere contraddittoria e ricca di sviluppi impropri; che rappresenta la ciambella di salvataggio per un gruppetto di dirigenti del partito di maggioranza e che, soprattutto, non chiama in causa nessun principio assoluto della morale e della Dottrina sociale della Chiesa? Qui di “non possumus” non ce n’è nessuno.

Appena aperto il giornale, il lettore si sarà chiesto: ma perché ad Avvenire non hanno fatto una copertina simile quando il Parlamento, sopportando per due volte la fiducia di questo governo che ora vuole lo ius soli, e quindi senza esame e senza discussione, ha approvato la legge Cirinnà che di principi assoluti della morale naturale e della Dottrina sociale della Chiesa ne negava almeno un centinaio? Perché Avvenire non ha fatto una copertina del genere quando è stata staccata la spina del ventilatore al piccolo Charlie Gard, che era innocente e che in quel modo veniva ucciso (non “moriva”, veniva ucciso), aprendo così un possibile abisso di malvagità legalizzata? Perché Avvenire non fa una copertina di questo genere ogni anno, nella ricorrenza dell’approvazione della legge 194 sull’aborto legale, in virtù della quale sono stati uccisi in Italia sei milioni di bambini nel seno delle loro madri? Non sarebbero anche questi degli atti di fiducia verso il carattere “contagioso” della nostra civiltà, cui Tarquinio si è appellato per lo ius soli?

L’ideologia consiste nel proporre una parte come il tutto. Un suo caso particolare consiste nel proporre ciò che è relativo alle situazioni e al giudizio prudenziale come assoluto e vincolante. Spingere al rompete le righe sulle questioni morali assolutamente negative e, al contrario, imporre di serrare i ranghi su questioni che possono stare anche altrimenti è ideologia. Ciò che non si dovrebbe mai fare, oggi si può fare; ciò che si può fare, oggi non si può più fare? Il cattolico che contrasta le pretese ciniche e narcisistiche dei “nuovi diritti” deve sentirsi in colpa, come il cattolico che nella legge sullo ius soli vede troppe carenze e soprattutto una accoglienza priva di identità. Si vuole che chiudiamo gli occhi, sia sulle conseguenze disastrose delle nuove leggi della neo borghesia “illuminata”, sia sul fatto che la legge sullo ius soli non regge ad un esame veramente realistico.

Viviamo in un tempo in cui la cosa peggiore sembra quella di essere “divisivi”. Nelle parrocchie non si può parlare di aborto o di gender, di ideologia omosessualista o di perversioni insegnate a scuola. Non se ne può parlare perché – si dice – sono temi che dividono la comunità. Nelle diocesi non si apprezzano le prese di posizioni pubbliche dei cattolici e le loro iniziative contro il nuovo umanesimo disumano perché sarebbero divisive. Per non produrre divisione ci si imbavaglia spesso, al punto che chi dovrebbe insegnare non insegna. Perché allora Avvenire può dividere la comunità e per di più su un tema di per sé non divisivo? Dei termini su cui dovremmo essere tutti d’accordo non si può parlare perché sono divisivi, sui temi per i quali possiamo legittimamente avere pareri diversi, se ne parla come se fosse obbligatorio l’accordo. Per evitare la divisione si finisce per farla sul nulla. Usare il tema del pericolo della divisione quando si vuole è pure ideologico.

Davanti a casi di distruzione della famiglia e di bambini resi oggetto di desideri e vizi si dice che bisogna adoperare il discernimento, non giudicare ma accompagnare. Per la questione dello ius soli, invece, il discernimento non è ammesso. Spesso i fedeli sono lasciati soli su questioni fondamentali di morale e di fede e si chiedono tra sé perché mai chi di dovere nella Chiesa non li confermi e non li sostenga in battaglie che fino a ieri erano considerate assolutamente doverose e meritorie. Poi, invece, si sentono spinti e confermati su questioni politiche, importanti sì ma non fondamentali ed esenti da valutazioni a carattere assoluto, anzi di stretta attualità politica.

Davanti a operazioni di questo tipo, da un lato viene da pensare che ci sia qualche “calcolo politicante”, per riprendere una espressione del direttore di Avvenire, dall’altro che siamo davanti a cambiamenti di prospettiva portati avanti senza spiegarli ai fedeli. Quando l’assoluto diventa relativo e il relativo assoluto, quando il fondamentale diventa marginale e il marginale fondamentale, quando si chiama alle armi non per il vero nemico … significa che è in atto un forte cambiamento del quadro generale.


STEFANO FONTANA  LA NUOVA BUSSOLA 19/9/2017

martedì 19 settembre 2017

TRUMP E LA FINE DI GOP E DEM

Daniela Coli
Tratto da LIST di Mario Sechi
Donald Trump e Nikky Haley (ambasciatrice all'ONU)


Per i nostri media Trump sarà presto cacciato dalla Casa Bianca, invece per Niall Ferguson, sull’ultimo Sunday Times,  potrebbe correre per la rielezione nel 2020 come RINO (Republican in Name Only), come è già accaduto nella storia americana.
John Quincy Adams divenne whig dopo essere stato eletto nel 1824, John Tyler si dimise da whig appena diventò presidente e Abraham Lincoln nel 1864 vinse le elezioni come leader del National Union Party. Nell’inglese americano RINO è un repubblicano solo di nome, considerato troppo indipendente dai conservatori del GOP.
 Cosa sta combinando The Donald? Il presidente flip-flop, come viene chiamato dagli avversari, sta aumentando il consenso, facendo accordi con i repubblicani sul bando contro gli immigrati musulmani e sulla riforma fiscale. Si accorda, però, anche con i democratici per proteggere i dreamers e forse sta facendo un deal anche sull’Obamacare.
Per The Loneliest President, come Politico titola un lungo articolo su Trump, essere isolato è un vantaggio. Riporta un tweet significativo di POTUS: “Dicono che sono isolato da lobbisti, corporazioni, grandi politici e Hollywood. BENE! Non li voglio”, e usa il corsivo per sottolineare la decisione.
Perché Chuck Schumer, il leader dem al Senato e Nancy Pelosi, leader dem al Congresso, si accordano con Trump e perché nel Gop c’è la guerra fredda?  Lo spiega un servizio shock di Jake Novak su CNBC: The party’s over: Republicans and Democrats are both finishedTrump, eliminando alle primarie 16 capi bastone repubblicani, ha umiliato la leadership repubblicana, ha stritolato la gerarchia e le regole di anzianità del partito ed è iniziata la guerra fredda. Mitch McConnell, il leader della maggioranza rep al Senato nel Kentucky, il suo stato, ha ora soltanto il 18 per cento dei consensi: significa non essere rieletto nel 2020 o perdere comunque la sua posizione se i repubblicani fossero battuti da candidati esterni vicini a Trump nelle elezioni di midterm del 2018.
Lo stesso accade nel partito democratico: in California alle elezioni del 2016 si sono battute due candidate democratiche. La leadership democratica era già stata umiliata da Obama nel 2008: la candidata del partito era Hillary Clinton, ma fu il giovane Obama, un senatore dell’Illinois considerato senza speranze, a vincere la nomination e la presidenza. Nel 2016 Hillary non è solo stata battuta da Trump, ma anche messa in difficoltà da Bernie Sanders, un indipendente che si è registrato democratico solo sei mesi prima delle primarie.
La sconfitta di Hillary, sostenuta dai media dell’intero establishment, ha sfaldato il partito. Ora i democratici si accordano con Trump sui dreamers e sull’Obamacare, che ha davvero assicurazioni troppo costose per le famiglie della midde classin crisi, perché vogliono liberarsi del brand loser Hillary, che continua a girare gli States a scervellarsi sulla sconfitta, e di movimenti estremisti come gli Antifa, sgraditi  all’elettore medio americano, contrario a un clima da una guerra civile.
Forse davvero, come suggerisce Niall Ferguson, avremo il primo presidente indipendente americano dopo tanti anni di partigianeria: repubblicani e democratici potrebbero iniziare a decidere caso per caso, quando sostenere Trump, quando opporsi, o non prendere posizione. Ci sono sempre stati presidenti flip-flop, ma nel caso di Trump, abbiamo due partiti sottosopra, sventrati, dove gerarchia, anzianità, dinastie non contano più, e quindi posizioni come lo speaker del Congresso o il leader di maggioranza potrebbero divenire meno ambite.

Non scompariranno nomi e simboli dei partiti, ma è la macchina stessa del partito a essere stata sbudellata: alle elezioni del 2018 e del 2020 i candidati esterni vicini a Trump potrebbero sfidare quelli del partito e così tra i democratici. Potrebbe prevalere la personalità del candidato, i problemi dell’America, non gli interessi dei partiti e ridursi la politica partigiana che ha prodotto un enorme debito pubblico, guerre evitabili e un governo invasivo che vuole legiferare oltre misura, perfino sulle questioni etiche. I due partiti sono in crisi, perché nonostante abbiano per decenni alimentato un clima di lotta faziosa, nella realtà, erano finanziati dalle stesse entità e, a dispetto della retorica opposta, hanno sempre finito per trovarsi d’accordo su questioni gravi e costanti come il controllo del debito, la riduzione dei costi sanitari o il miglioramento delle infrastrutture.

Gli elettori hanno percepito lo stile House of Cards della politica americana e hanno votato Trump o Sanders. Questi aspetti erano già stati evidenziati da libri importanti come Ruling America. A History of Wealth and Power in Democracy di Steve Fraser e Gary Gerstle  nel 2005 e in Machiavellian Democracy di John P. McCormick nel 2011, che mettono addirittura in discussione che gli Stati Uniti siano una democrazia.



Se Tocqueville sintetizzò il paradosso americano descrivendo gli Stati Uniti socialmente democratici e politicamente aristocratici, Fraser e Gerstle raccontano una nazione devota al culto della libertà e dell’uguaglianza, ma che fin dalla fondazione è stata caratterizzata da gerarchie, caste e dinastie economiche e politiche, che negano la stessa ideologia americana.
Il livello di disperazione di John P. McCormick, autorevole politologo di Chicago, è tale da arrivare a proporre un modello dove rappresentanti politici e  magistrati siano estratti a sorte. Il nuovo clima attrae anche Ian Bremmer, tutt’altro che trumpista, che ha apprezzato in un tweet il recente giudizio negativo di Steve Bannon sulle amministrazioni Bush jr, Obama e Clinton. The Bush administration...the Obama crowd...the Clinton crowd, it’s all the same" - Steve Bannon. I generally agree”. Il fantasma di George Washington forse sta sorridendo: fu Washington a mettere in guardia contro la formazione dei partiti e a invitare la nazione a scegliere leader per ragioni che trascendano la politica partigiana. Una proposta anche per l’Italia degli innumerevoli partiti e  partitanti.

Video dell'intervista a Padre Samir "L'Islam e la sfida all'Occidente" 11/09/2017






LA BRAMBILLA SUPERA CALIGOLA

Animalisti

“Io sono stata la prima a portare un cane in Parlamento. Sarebbe una rivoluzione candidare un animale nella nostra lista”. Lo dice Michela Vittoria Brambilla, fondatrice del Movimento Animalista, intervistata dal quotidiano Libero. Le risponde subito, su Twitter, Enrico Zanetti, ex viceministro dell’Economia: “sarebbe una rivoluzione candidate un animale? Meno di quanto credi Michela…”. Risate. Sipario. Anche questa settimana ci ha regalato la comica politica. Ma c’è da ridere? Sì, se la stessa Brambilla non si prendesse sul serio. La sua è una “provocazione”, d’accordo. Ma l’animalista sostenuta da Berlusconi pensa realmente (e lo dice in ogni occasione) che i diritti degli animali debbano essere pari a quelli degli uomini.
Tanto per cominciare, nella presentazione del Movimento Animalista al Teatro Dal Verme, la Brambilla ha rilanciato il primo punto del programma: inserire nella Costituzione la nozione che gli animali sono esseri “senzienti”, dunque titolari di diritti. Senziente non vuol dire razionale, ma in un periodo in cui la filosofia mette la ragione umana in discussione e il termine stesso “razionale”, riferito all’uomo, non è più una garanzia, il “senziente” rischia veramente di passarci davanti nelle liste per la casa popolare o per la mutua. La Brambilla vorrebbe, da subito, la “istituzione di un servizio veterinario pubblico”, dunque la mutua per gli animali. Ma Silvio Berlusconi cosa fa? Rincara la dose. “Secondo alcuni sondaggi, complice l'anonimato, ho verificato che il 72% delle signore preferisce il proprio cagnolino al proprio coniuge (sic!)”. Quindi diamo la mutua al cane e abbattiamo il vecchio?
C’è da chiedersi come si sia arrivati fino a questo punto. Perché nei libri di storia, quando si indica un esempio di decadenza politica, spesso si cita Caligola che fece senatore il suo cavallo. Adesso abbiamo uno splendido esempio di storia che si ripete (in farsa, quando allora era una tragedia). Caligola portò il suo destriero nel massimo organo legislativo romano per umiliare i senatori, non perché credesse nella causa dell'emancipazione degli equini. La Brambilla, invece, ci crede. Lo spiegava chiaro e tondo nella sua intervista rilasciata, sempre a Libero, il 29 maggio scorso.

lunedì 18 settembre 2017

L'IMPEGNO DEL CRISTIANO NEL MONDO

VON BALTHASAR-GIUSSANI. LA GARA MODERNA PER LA LIBERTÀ

GIUSSANI, BALTHASAR, SCOLA 1971
È in libreria "L'impegno del cristiano nel mondo" (Jaca Book), la raccolta delle conferenze del teologo Hans Urs von Balthasar e di don Giussani a un raduno degli universitari di CL della Svizzera a Einsiedeln nel '71. Un brano dalla prefazione di Carrón: compito del cristiano: “essere per” 

Don Giussani sottolinea che «tutta la nostra salvezza è nell’accettazione integrale del Fatto di Dio nella nostra vita. Qui sta ogni nostra giustizia. E la giustizia, biblicamente, è la situazione dell’uomo liberato dal male, tolto dalla grettezza della sua misura e riconsegnato alla libertà della misura di Dio» (p. 123). Perciò la vita cristiana è «cammino dell’uomo verso l’attuazione di una autentica moralità umana, perché poggiata sul riconoscimento di Gesù Cristo» (p. 126).

C’è in queste parole una esaltazione unica del tempo e della storia - altro che svalutazione della tradizione! -: «Il Fatto cristiano, che domina su tutto, opera questo suo dominio realizzandosi attraverso i singoli momenti del tempo» (p. 135). In questo senso, «un’urgenza capitale della vita del cristiano è che il Fatto di Cristo diventi storia personale e adulta» (p. 136).

La storicità è una categoria centrale del cristianesimo, dal momento che Dio si è incarnato. Questo significa che «il destino e l’intenzione profonda della comunità cristiana è il mondo, “per gli uomini”: una dedizione profonda e appassionata agli uomini e al loro destino, una tensione a rendere presente dentro la trama della convivenza solita, in cui gli uomini soffrono, sperano, tentano, negano, attendono il senso ultimo delle cose, il Fatto di Gesù Cristo unica salvezza degli uomini. Il “per gli uomini” è il motivo storicamente esauriente la vita della comunità cristiana» (p. 139).

Joseph Ratzinger, teologo molto stimato da Balthasar e grande amico di don Giussani, ha scritto in proposito: il suo “essere per” è la «espressione della figura fondamentale dell’esistenza cristiana e della Chiesa in quanto tale [...]. Cristo, in quanto unico, era ed è per tutti e i cristiani, che nella grandiosa immagine di Paolo costituiscono il suo corpo in questo mondo, partecipano di tale essere-per». Cristiani «non si è per se stessi, bensì, con Cristo, per gli altri». Perciò «assieme al Signore che abbiamo incontrato andiamo verso gli altri e cerchiamo di render loro visibile l’avvento di Dio in Cristo».

Questo “essere per” è il più grande atto di amicizia che possiamo compiere nei confronti dei nostri fratelli uomini: comunicare, rendere partecipi tutti del dono che abbiamo ricevuto.

E mi stupisce come questo “essere per” coincida con l’atteggiamento e con ogni mossa di papa Francesco: «L’architrave che sorregge la vita della Chiesa è la misericordia. Tutto della sua azione pastorale dovrebbe essere avvolto dalla tenerezza con cui si indirizza ai credenti; nulla del suo annuncio e della sua testimonianza verso il mondo può essere privo di misericordia». Continua: «La credibilità della Chiesa passa attraverso la strada dell’amore misericordioso e compassionevole. La Chiesa “vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia”. […] È giunto di nuovo per la Chiesa il tempo […] del ritorno all’essenziale per farci carico delle debolezze e delle difficoltà dei nostri fratelli […] per guardare al futuro con speranza». Questa è la natura del cristianesimo, come proposta per l’uomo di ogni tempo.

Nelle ultime pagine di questo libro don Giussani afferma: «È la conoscenza della potenza di Gesù Cristo la ragione profonda di ogni nostro gesto di presenza sociale e di comunicazione al mondo: ma questa motivazione unica e originalissima non diviene evidente se non nella testimonianza di una passione per l’uomo, carica di accettazione della situazione concreta in cui esso si trova, e, quindi, pronta a ogni rischio e a ogni fatica» (p. 140).

Una grande gioia. Evangelii gaudium 

Non è forse questa la ragione profonda che anima l’Evangelii gaudium, che la Chiesa ci invita ad assumere come programma di vita? Testimoniare la gioia di chi ha «ricevuto una grande grazia», come dice Péguy.

Secondo Balthasar, infatti, «l’annuncio di gioia, Eu-angelion, primariamente non è un oggetto di fede o di scienza, tanto meno un programma di azione, ma la ricezione di una “grande gioia”» (p. 51).

Analogamente, per Giussani «l’“annuncio” segna la metodologia con cui il Fatto cristiano oggi può ancora diventare fattore di movimento tra la gente» (p. 99). E aggiunge: «Il Fatto di Dio che è Cristo è luce della nostra vita: una possibilità magari tenue, iniziale ma indistruttibile, innegabile, di chiarezza su di noi e sulla realtà» (p. 107). Da questa esperienza scaturisce la passione di comunicarlo: «Ciò che abbiamo veduto e sentito, lo annunziamo anche a voi».

Scrive san Paolo ai cristiani della Galazia: «Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi». E ancora: «Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà». Dio si è fatto carne per questo, Gesù è morto e risorto per questo. Nella Sua compagnia potremo essere un bene per tutti, offrendo una testimonianza di libertà - «uno dei più preziosi doni che i cieli abbiano mai donato agli uomini» (Cervantes) - perché legati all’Unico che consente di stare nella realtà, dentro le circostanze di tutti, senza presunzione ma poveri, con «questa dolorosità umile e paziente, tanto più abbandonata alla potenza del Fatto quanto più impegnata e vigilante, acuta, struggente, del proprio limite e della propria possibilità di male, che attende tutta la ricchezza del suo essere e della sua personalità dal Fatto di Gesù Cristo, in cui è coinvolta» (p. 130).

Mi auguro che la lettura di questo libro susciti il desiderio di correre la gara per la libertà alla quale non si sono sottratti i due autori, per «divulgarla nel modo più effettivo e profondo» (p. 24).




venerdì 15 settembre 2017

12 SETTEMBRE 2006 UNA DATA DA RICORDARE.


Questa data, di cui ricorre l’undicesimo anniversario, è rimasta e rimarrà nella storia. In quel giorno Benedetto XVI tenne all’Università di Regensburg  il discorso forse più importante di tutto il suo pontificato (perfino Giuseppe Vacca, il direttore dell’Istituto Gramsci, disse che qualsiasi persona di cultura deve aver letto quattro discorsi di papa Benedetto: Regensburg, il discorso ai Bernardins di Parigi, quello alla Sapienza di Roma e quello al Parlamento tedesco).
Il discorso di Regensburg, pur nella sua brevità, è una summa di intelligenza cristiana e può trovare applicazione in tutti gli ambiti della vita di fede. Esso riguarda infatti un tema di teologia fondamentale: il rapporto tra la ragione e la fede. Tema urticante in un tempo in cui né le religioni né la ragione stessa credono più nell’importanza di questo rapporto. Benedetto colpiva al cuore sia il relativismo delle società occidentali che di verità non vogliono più sentire parlare, sia le religioni che male impostano il problema, come l’Islam e il protestantesimo.
Come si ricorderà, subito dopo il discorso di Regensburg si sollevò un gran polverone: il mondo islamico protestò violentemente contro il Papa. Egli, in seguito, confessò candidamente di non aver pensato alle conseguenze politiche del suo dire, che comunque resta e resterà, nonostante i polveroni. La frase centrale era quella pronunciata dall’imperatore d’oriente, di fede cristiana, ad un pensatore musulmano durante un dialogo filosofico-teologico: «Ciò che è contro la ragione non viene dal vero Dio». Come si sa, per l’Islam Dio è Volontà onnipotente a cui si deve cieca e letterale obbedienza. Ecco perché essi si ritennero colpiti nel vivo. Ma la colpa non era di papa Benedetto, era della realtà delle cose.
L’attenzione generale fu indirizzata dai media solo su questo aspetto del discorso di Regensburg e nessuno fece notare che da quel discorso ne usciva male anche la religione protestante e, soprattutto, il cattolicesimo secolarizzato che vorrebbe accordarsi con un mondo senza verità. Non è inutile accennarne ora, mentre si ricordano i 500 anni della Riforma. Su questo punto le differenze tra la religione di Lutero e quella cattolica sono molto forti e papa Benedetto collocava il protestantesimo dentro il processo di corrosione del rapporto tra la ragione e la fede proprio dell’Occidente, considerandolo oggettivamente come alleato al cattolicesimo secolarizzato. Un implicito e oggettivo avvertimento al percorso ecumenico.
Dal discoro di Regensburg, naturalmente, nasceva non tanto una critica quanto soprattutto una grande proposta di ampio respiro che non deve essere dimenticata. Se non si tengono insieme la fede e la ragione, il cattolicesimo rischia di cambiare il proprio DNA. Rischia di diventare una fede senza religione, una prassi senza contenuti, una pastorale senza dottrina, un umanesimo senza Cristo, uno stare insieme senza sapere perché, un cattolicesimo senza missione, un dialogo senza annuncio, una carità senza verità, un pluralismo senza unità, un’etica senza dogmi, una coscienza vuota di contenuti, un come senza un perché.  
Stefano Fontana
Cardinale Van Thuân 

giovedì 14 settembre 2017

SAMIR KHALIL SAMIR E LA SFIDA ALL’OCCIDENTE SECONDA PARTE


Per fare un popolo, una nazione, è necessario avere una visione, una cultura, delle priorità che ne derivano". E se un musulmano vuole vivere in Italia deve accettare le norme dell’Italia.
Padre Samir, torniamo ai temi di attualità. Nelle immigrazioni in atto verso l’Europa c’è o non c’è una pressione islamica nei confronti di un continente cristiano, anche se tendente alla scristianizzazione? Oppure gli immigrati cercano solo il benessere economico e non si interessano della questione religiosa?

Attualmente, la prima ragione dell’immigrazione è che la gente non ha più nessuna speranza, almeno la maggioranza della gente oggigiorno. In altri periodi sarebbe da vedere caso per caso. Chi oggi fugge dalla Siria cercando rifugio in Europa è perché non ce la fa più, per i bombardamenti, perché hanno avuto la loro casa o il loro negozio distrutti. «Andiamo lì per conquistare l’Europa» è l’idea solo di una minoranza di fanatici. C’è chi se ne approfitta per dire: così conquisteremo questo paese, ma questo è il pensiero di una minuscola minoranza!
Attualmente, c’è una situazione tragica, di alcuni milioni di persone che pone il problema: che fare? La Merkel ha detto: noi accettiamo e prendiamo un milione di persone, ed è criticata; altri dicono: noi facciamo un muro, ma questo non è molto dignitoso per chi ha delle possibilità. Il problema è: chi ha creato questa situazione (cioè l’Isis, e dietro l’Isis l’educazione radicale e fanatica degli imam e di altri) è il vero responsabile; sono loro i colpevoli di tutto questo.
Gli immigrati sono in maggioranza delle vittime, e con loro si mescolano quelli che hanno un altro progetto, oppure persone che non sono totalmente distrutte ma ne approfittano per andare in un paese dove si sta meglio. Gli immigrati che incontriamo per le strade di Roma, che siano pakistani o cinesi o siriani, non è che vengono per conquistare Roma, vengono sperando in una vita un po’ migliore. Questa è la maggioranza degli immigrati, ma tra di loro ci saranno sempre alcuni cattivi.

L'Islam è incompatibile su molti punti con la cultura dei diritti umani. A partire dal rapporto uomo-donna

Il Card. Biffi – e non solo lui – metteva in guardia da ingressi senza criteri e dal multiculturalismo, del quale abbiamo visto i tragici fallimenti in molti paesi europei. Lei pensa che il problema sia sottovalutato oggi in Italia?
In Francia la tendenza che si presenta come «umanista» – «tutte le culture sono valide» – non è ragionevole. Non voglio dire che c’è una cultura migliore di un’altra, non è questo il mio pensiero. Dipende dalle circostanze. Ma per fare un popolo, una nazione, è necessario avere una visione, una cultura, delle priorità che ne derivano. Dire «tutte le culture si equivalgono» è da imbecilli, senza alcuna cultura. Le culture possono essere migliori in un aspetto, peggiori in un altro, il punto è che per fare una nazione si deve avere una cultura fondamentale, con delle varianti.
La teoria del multiculturalismo pretende che «tutte le culture si equivalgono»: ma anche se fosse vero, non tutte le culture sono compatibili. La cultura musulmana è incompatibile su molti punti con la cultura dei diritti umani. Ad esempio sul rapporto uomo-donna è semplicemente inammissibile. E i musulmani non vogliono cambiare, perché c’è un versetto del Corano che dice: «gli uomini hanno autorità sulle donne a causa di ciò che Dio ha dato agli uomini sulle donne».
Nella shari’a, per esempio, una donna non può essere giudice – in Egitto questo è applicato – perché le donne sono emotive (dicono!) e allora non possono giudicare. Oppure perché c’è una parola attribuita a Maometto, che dice «le donne sono lacunose» (nāqisāt), cioè inferiori tanto intellettualmente quanto religiosamente. Intellettualmente, perché essendo emotive non giudicano con l’intelletto; religiosamente, perché essendo in alcuni periodi «impure» come loro pretendono (intendono quando hanno il loro periodo), non possono praticare il digiuno di ramadan o la preghiera quando sono impure, quindi essendo la loro pratica religiosa imperfetta, sono inferiori.
Io discuto con loro, sia con gli uomini che con le donne: dico, il flusso di sangue vuol dire che tu sei impura? ma chi l’ha creato? Dio. Il ciclo è ciò che permette la procreazione, essendo fatto da Dio non può essere impuro. Dunque quello è un ragionamento di tipo primitivo, anche nell’ebraismo.
D’altra parte, perché un tale cibo è puro e un altro è impuro? Chi ha detto questo? E’ disceso dal cielo?
La varietà delle culture non può significare che tutte le culture si equivalgono. La cultura occidentale, lungi dall’essere perfetta, è sempre perfettibile, si può modificare perché non è caduta dal cielo. E comunque se tu vuoi vivere in Italia devi accettare le norme dell’Italia. Questo è il problema più importante che manca all’Occidente. Il liberalismo non può permettere tutto, finché non si capirà questo, non andremo avanti! Quando viene uno straniero, devo dirgli: da noi ecco quali sono le norme, finché tu non accetti tutto questo, non posso integrarti.

Commentando i fatti di terrorismo, il sociologo e politologo Olivier Roy ha sostenuto trattarsi non di radicalizzazione dell’islam bensì di islamizzazione del radicalismo. Secondo questa tesi i terroristi sarebbero espressione non di una radicalizzazione della popolazione musulmana, ma di una rivolta generazionale, contro i loro genitori, da una parte, e contro il nichilismo occidentale dall’altra. Lei che ne pensa?

Non sono d’accordo. Io sono del parere opposto, come dicono in Francia anche altri orientalisti. Ne ho fatto esperienza concreta a Parigi quando insegnavo alla facoltà teologica dei gesuiti. Ho incontrato per lunghi periodi gruppi di ragazze e ragazzi musulmani. Le ragazze non avevano problemi, parlavano perfettamente il francese, i ragazzi no. Le ragazze avevano tutte un lavoro, i ragazzi cominciavano un lavoro poi si comportavano male e venivano mandati via. Le ragazze studiavano e lavoravano, ed erano molto ben integrate, gentili, vestite in modo decente ma normale, senza velo; mentre i ragazzi con la loro ribellione si erano autodistrutti, non tutti, alcuni di loro.
Il terrorismo non attira più di uno o due su mille, però, visto che ci sono 6 milioni di musulmani in Francia, significa migliaia di terroristi o di terroristi «in potentia». Il problema è il lavaggio del cervello, l’insegnamento che si dà, che radicalizza.
In Germania non c’è un quartiere musulmano e un quartiere tedesco ma si cerca di integrarli, di aiutarli. Ma se gli immigrati li mettiamo in case di 15 piani dove stanno tra di loro, allora diventa rischioso. L’integrazione si fa in tutti gli aspetti, anche nell’abitare, nel mangiare. Perché si dice che un tale nutrimento è impuro? Che vuol dire? Non dobbiamo cercare di distruggere questa religione, ma farli riflettere per arrivare a qualcosa di più profondo.
Quando si mettono ad attaccare le ragazze la notte di Capodanno, come è successo in Germania, pensano che sia loro «diritto» perché le considerano donne di strada, perché non sono coperte. Ma che vuol dire? Allora, se pensate così, tornate al vostro deserto, non venite qua.
La soluzione è nell’inculturazione: aiutare i musulmani a vivere in modo decente, ma facendo lo sforzo continuo di integrarsi, per essere come tutti; poi a casa loro avranno la loro particolarità. La radicalizzazione viene dal fatto che uno non parla bene la lingua del paese, non ha un mestiere, non sta bene nella sua pelle, ecc. Allora reagisce con la violenza. Questo può essere anche con un italiano.
Il musulmano rischia di attribuire questo alla religione, perché nell’islam è religione e cultura, perché politica e religione si mescolano. Questo è un altro problema essenziale, la non distinzione fra religione, politica, cultura. Se un musulmano viene qui e in nome dell’islam pretende che ci sia tale sistema politico, allora è finita, non sarà mai un cittadino di buonsenso.
In Italia si parla molto di integrazione. E’ un obiettivo realisticamente raggiungibile?
E’ un punto fondamentale, per amore degli immigrati. Io difendo gli immigrati però nello stesso tempo dico loro che ci sono delle norme da seguire. Se un inglese o un maltese venisse da me e volesse guidare la macchina a sinistra, gli direi: vattene nel tuo paese, qui abbiamo altre norme: guidiamo a destra! Io sto facendo per conto mio una lista dei punti da insegnare ai musulmani, ho messo una quindicina di punti ma c’è altro da aggiungere. Norme che non sono cattive per niente.
A chi viene dalla Siria, ad esempio, bisogna dire: da noi si fa così, se tu vuoi vivere qui, devi applicarlo. Se non ce la fai, non sei fatto per questo paese, cerca altrove. Se vogliamo aiutare l’emigrato, dobbiamo aiutarlo ad integrarsi. Per integrarsi deve conoscere quali sono le norme del nostro paese, diverse dalle norme del suo paese. Non necessariamente migliori, ma diverse. Posso preferire il mio sistema, ma se vengo in Italia devo adottare le norme italiane. Questo è un gesto d’amore, non di esclusione.

Oggi c’è un rischio in Occidente: dietro il multiculturalismo s’intende un po’ tutto il modo di vivere, di pensare, di agire: «ci sono vari modi, dunque perché devo imporre il mio?». Ma non si tratta di qualcosa da imporre. Questa è una cultura secolare! Una civiltà vuol dire una cultura, delle usanze, che permetteranno a tutti di avere le stesse norme per poter convivere tutti insieme. Non significa che il “nostro” sistema sia preferibile al “vostro” sistema! Anzi, il vostro sistema potrebbe essere migliore, ma non è quello di questo paese!
di Paolo Facciotto 
DA RIMINIDUEPUNTOZERO 13 SETTEMBRE

2-fine (prima parte)

mercoledì 13 settembre 2017

LA LIBERTÀ DEL MEETING (E DI CL)


«Come si fa a non essere colpiti dalla testimonianza positiva, popolare, culturale, civile e religiosa, che questo evento continua a mostrare?».
Intervista a Giancarlo Cesana

TEMPI Settembre 11, 2017 di Pietro Piccinini


In mezzo alle consuete (noiose) frecciate e coltellate agostane sul Meeting di Rimini e su Comunione e Liberazione, quest’anno leggendo i giornali è stato impossibile, quanto meno all’occhio esperto, non notare una differenza rispetto al solito.
Già alla vigilia della manifestazione, tra le file del movimento si sono sollevate proteste per il presunto infiacchimento della proposta cristiana offerta dai ciellini. «Noi ci siamo sempre confrontati con chiunque, anche coi più lontani dalle nostre posizioni, però avevamo qualcosa da dire», ha detto Roberto Formigoni a Rimini 2.0; adesso invece «arriva un qualunque presidente del Consiglio, un Bertinotti, un Violante… e gli si dice di parlare lui».
C’è stato anche un traumatizzante scontro a distanza tra due pietre miliari della storia ciellina: monsignor Luigi Negri ha definito «affermazioni molto gravi» quelle con cui Giorgio Vittadini, durante un incontro al Meeting, è sembrato prendere le distanze dalla storica battaglia di Cl per la scuola libera, accostandola alla parola “ideologia”.
Poi le dispute sullo spazio serenamente concesso durante la settimana riminese a personalità che tanti ciellini guardano come minimo di sottecchi: i citati Violante e Bertinotti, ma anche Monica Maggioni.

Fin qui comunque sono tutte cose in qualche misura già viste.
 Che in Cl convivano anime in contrasto rispetto alla nuova fase iniziata con la morte del fondatore don Luigi Giussani e l’insediamento alla guida di don Julián Carrón, non è una novità.
La novità è che anche all’esterno sembra essere iniziato un tentativo di descrivere adeguatamente quella che, dall’interno, una seguace storica del movimento come Assuntina Morresi chiama da tempo – in polemica – la «mutazione genetica» di Cl.
Se per Gianni Barbacetto del Fatto quotidiano «la svolta del successore di Giussani» (sintetizzata con parole dello stesso Carrón: «Presenza non è sinonimo di potere o di egemonia, ma di testimonianza») serve solo a nascondere il solito “affarismo” dietro a una strumentale rottura col passato, per il Corriere della Sera, invece, la questione è molto più radicale.
Carrón, ha scritto Dario Di Vico, tra le penne più influenti del principale giornale italiano, «ha spianato le montagne» e oggi grazie a lui i ciellini sono «nuovi», «“buonisti” e meno presuntuosi» di un tempo.
Giudizio analogo anche se meno entusiasta quello della Stampa di Torino, il cui inviato a Rimini, Fabio Martini, ha seguito quest’anno un Meeting «normalizzato».

Davvero Cl è cambiata? E come è cambiata? Davvero non ha più nulla da dire ai suoi figli e al mondo? Sulle risposte a queste domande, dentro il movimento, si possono raffreddare amicizie decennali, quando il gelo non le brucia del tutto. Se c’è uno che può provare a dire a riguardo una parola unitaria, questi è il ciellino Giancarlo Cesana, che oltre a essere un affermato medico e manager della sanità pubblica è anche un educatore che per oltre trent’anni ha “tirato su” generazioni di ciellini gomito a gomito con don Giussani.

Professor Cesana, ha ragione il Fatto quando scrive che Cl e il Meeting hanno cambiato pelle e sono diventati «trasversali» ma solo per continuare a fare «il business»? Oppure ha ragione Di Vico che sul Corriere ha voluto far notare «il successo pieno» del nuovo corso carroniano, ovvero il «passaggio “dall’egemonia alla testimonianza” – in pratica l’abbandono del formigonismo e dell’estrema vicinanza al potere»?
Il motore del Meeting non è mai stato l’affarismo. Come si fa a dire che una manifestazione, che dura da 38 anni, sostenuta ogni anno da migliaia di volontari, che vi lavorano gratuitamente, abbia come unico scopo l’affarismo? Come si fa a non vedere le grandi personalità, a cominciare da due santi, madre Teresa e Giovanni Paolo II, che vi hanno partecipato? Come si fa a non essere colpiti dalla testimonianza positiva, popolare, culturale, civile e religiosa, che il Meeting continua a mostrare? Bisogna essere fissati sugli affari, sempre sporchi, se degli altri. Comunque, partecipare al Meeting anche per affari e politica non è affatto sbagliato perché sono aspetti essenziali dell’agire umano, tant’è che i media ne sono addirittura catturati. La ragione del Meeting è sempre stata la testimonianza, in tutti gli aspetti della vita. Finalmente anche molti commentatori lo stanno capendo. Non c’è mai stato il “formigonismo” nel senso di un pensiero egemonico che ha dominato Cl. È l’educazione di Cl che ha aiutato Formigoni a fare del governo della Lombardia il migliore e il più efficiente di Italia. E non per un mese, ma per diciotto anni, nella Regione più popolosa, più ricca e quindi più complessa. Mi stupisce che ogni qual volta i giornali riportano questi dati, non smentibili, è come se il governo Formigoni non c’entrasse nulla. Questa sì che è ideologia egemonica, negatrice della realtà.

3 GRANDI BUGIE SU URAGANI E ALLUVIONI RECENTI

Hanno ragione Franco Battaglia e Franco Prodi, fisico e fratello di Romano, che ridicolizzano questa «fesseria» dell’Italia tropicale.

L’uomo ha le sue responsabilità, ma andarle a rintracciare nel «riscaldamento globale», è come accusare il signor Kalashnikov dell’ultima strage di mafia.
Ci sono tre contraddizioni evidenti.

1) In Florida è arrivato un uragano potentissimo. Eccezionale, ma non unico. Al suo culmine ha provocato tre morti (il dato ovviamente potrebbe aggravarsi). Tutti per incidenti stradali. I danni materiali saranno ingenti. Ma, con il rispetto delle vittime, si tratta di una gestione ottima di un evento atteso.
Nelle stesse ore, un fenomeno atmosferico molto più blando ha ucciso a Livorno sette persone. Razionalmente possiamo solo dire che la natura è forte, spietata, ma che l’uomo, se si attrezza, può cercare di resistere. Aggrapparsi ai cambiamenti climatici per scusare le deficienze organizzative e politiche è vigliacco.

2) L’uragano Irma doveva colpire la costa est della Florida (Miami per intenderci) con maggiore forza rispetto a quella ovest. È avvenuto il contrario. In Liguria, dove ha piovuto senza drammi, si prevedeva un codice rosso e a Livorno, dove è avvenuta la tragedia, l’allerta era inferiore.
Come ci ha spiegato Zichichi su questo giornale, le previsioni climatiche a dieci anni devono risolvere tante di quelle variabili che sono impossibili.
Persino le previsioni meteo a poche ore sono imprecise. Non ci dicono i litri esatti di pioggia, la temperatura al centesimo e financo l’avverarsi del temporale stesso.
Non possiamo prevedere il tempo di domani al centesimo, ma la temperatura del globo tra dieci anni? E proprio su queste previsioni futuribili (considerate un dogma religioso) ci fanno sentire in colpa oggi.

3) Molto si è scritto della follia di costruire sul greto del fiume, sulla chiusura del torrente, sull’edificazione in zone sbagliate. Tutto vero. Ma chi lo sostiene ha mai fatto un salto a Miami beach? Si rendono conto dove l’uomo si è azzardato a costruire grattacieli di quaranta piani? Non esiste posto al mondo, forse Manhattan, in cui è più evidente la forza presuntuosa dell’uomo che con la sua scienza ha voluto sfidare la natura.

Il problema non è Irma, non sono le strade allagate, ma l’esistenza di Miami beach. E sentire le signore barricate nei loro attici milionari, vista oceano, denunciare dall’alto del loro «abuso edilizio legalizzato» che la situazione in cui si trovano è colpa del riscaldamento globale fa ridere, se non facesse piangere per la sua ipocrisia. 


Nicola Porro, Il Giornale 12 settembre 2017

martedì 12 settembre 2017

SAMIR KHALIL SAMIR E LA SFIDA ALL’OCCIDENTE

L’islamologo gesuita Samir Khalil Samir, invitato dal CROCEVIA, ha parlato ieri sera a Cesena.I versetti violenti del Corano,  la guerra religiosa interna fra sunniti e sciiti e sostenuta dall'Arabia Saudita e da altri paesi attraverso le armi, l’incompatibilità della cultura musulmana con la cultura dei diritti umani, il difficile ma doveroso gesto d’amore di integrare gli immigrati nella nostra società, il Califfato che sta per essere sconfitto ma l’ideologia rimarrà.  Questi alcuni dei temi affrontati rispondendo alle domande del Prof. Leonardo Lugaresi.
Cesena, 11/09/2017 foto di G. Marini
Intervista di Paolo Facciotto pubblicata su Riminiduepuntozero.it   PRIMA PARTE
Tentare di integrare gli immigrati islamici nella società italiana è un doveroso “gesto d’amore” nei loro confronti, ma non è facile perché “la cultura musulmana è incompatibile su molti punti con la cultura dei diritti umani”. Lo afferma padre Samir Khalil Samir, 79 anni, padre gesuita di origine egiziana, islamologo di fama internazionale, nella prima parte di  una lunga intervista che pubblichiamo oggi.
Padre Samir, iniziamo da una domanda di cronaca geo-politica: lei ritiene che l’autoproclamatosi Califfato sia un progetto dell’Isis militarmente sconfitto, ovvero ormai sotto controllo, oppure è ancora da temere?
Il Califfato sta per essere sconfitto, ma anche quando lo sarà, lascerà una traccia profonda. Parecchi giovani musulmani hanno aderito al Califfato, anche se sono in ritirata, rimarranno molti musulmani che hanno questa ideologia. Il problema è ideologico e non si sopprime così facilmente. Una sconfitta permetterebbe di limitare il disastro. Ma è un vero disastro: milioni di persone che hanno perso la casa e non hanno più possibilità di vivere decentemente. E’ una catastrofe immensa. Responsabili sono quelli che hanno suscitato e sostenuto questo movimento. Il Califfato è da temere nelle conseguenze. Anche se perde il controllo militare ed è sconfitto militarmente – lo speriamo, anche se questo richiederà parecchi mesi, speriamo non di più – è da temere perché l’ideologia rimane.
Il suo confratello gesuita padre Boulad ha detto in un’intervista che l’università al-Azhar del Cairo «è la prima responsabile del radicalismo che si diffonde in tutto il mondo», malgrado in Europa sia ritenuta un’istituzione moderata e tollerante. Lei è d’accordo?
Al-Azhar si presenta nel mondo all’insegna della moderazione. Il giro fatto dal dottor al-Tayyib in Europa, in Germania, dal Papa, a Parigi, per dire “noi siamo buoni, bravi, moderati”, è un gioco politico. Il problema essenziale di Isis e del Califfato è nel pensiero, nell’interpretazione del testo sacro – per loro -, il Corano, la vita di Maometto, la Sunna, la tradizione islamica, nella concezione del bene e del male, del lecito e dell’illecito.
Al-Azhar ha un’importanza fondamentale per i musulmani perché è la scuola che forma il maggior numero di imam del mondo, non solo dell’Egitto. Però l’insegnamento che dà è molto criticato dagli intellettuali musulmani, in Egitto, e penso anche altrove. Criticato perché la mentalità che promuove è una lettura letterale dei testi detti sacri, che non permette un’interpretazione, se non quella di copiare le interpretazioni antiche, senza uno sforzo di ripensamento.
Ora, sono passati 14 secoli dal testo coranico, e 14 secoli dall’interpretazione. L’interpretazione non è stata così radicale come lo è oggi. Mi spiego. Il Corano di chi è? Oggigiorno è concepito come «dettato di Dio per dare un testo sacro», quindi un dettato divino. Nel Medioevo c’è stato un dibattito costante, dall’VIII secolo fino al XIII, fra due posizioni: una che diceva che il testo era divino, e l’altra che diceva che il testo è umano. Se si ritiene che il dettato messo nel cuore di Maometto è divino, allora ogni parola, ogni virgola ha un valore assoluto. Se il testo dice «uccidete i miscredenti ovunque li troverete», allora basta sapere chi sono i miscredenti, i «kuffar». Una volta definito un gruppo, una categoria, allora quelli devono essere eliminati.
Altro problema: il Corano contiene delle contraddizioni. Non è opinione mia, ma dei musulmani. Allora come fare? Se si trova in un brano coranico un versetto di tolleranza, in un altro brano un versetto di intolleranza, quale è da applicare? Secondo la cronologia dei musulmani, i primi testi risalenti a quando Maometto era ancora alla Mecca, sono più tolleranti. Poi emigra – la famosa Higra – verso Yathrib ciò che si chiamerà dopo Medina. Allora comincia il secondo periodo della sua vita, gli ultimi dodici anni, un periodo di conquiste, di guerre: lì troviamo i versetti che dicono «uccideteli ovunque li troverete, non lasciateli scappare».
Allora qual è il versetto da applicare? Il Corano risponde: i versetti venuti dopo cancellano i precedenti, viceversa non sarebbe possibile. I versetti più duri hanno dunque cancellato i versetti più aperti, dunque questo è il vero Islam. Questo è l’insegnamento ordinario che si dà ad al-Azhar.
Questa ideologia radicale non viene dall’Egitto, ma dai movimenti sviluppatisi nel XX secolo: prima il salafismo, poi i Fratelli musulmani (nel 1928), più che altro, oggigiorno, il cosiddetto wahhabismo, la dottrina più radicale che ci sia oggi nel mondo islamico, diventata inoltre normativa, sia politicamente sia religiosamente. L’Arabia Saudita è l’unico paese al mondo a non avere una Costituzione, perché – dicono – la nostra costituzione è la Shari’a islamica. La Shari’a islamica è un insieme delle decisioni giuridiche degli imam attraverso la storia, basate in principio sul Corano e sull’insegnamento di Maometto. La Shari’a interpretata dai wahhabiti, è la lettura più radicale del testo coranico: è la nostra realtà di oggi.
La predicazione degli imam, in Italia ed in altri paesi, è a favore della pace oppure fomenta lo scontro?
Ci sono imam radicali ed altri tolleranti. Se la predicazione nelle moschee fosse tutta radicale, avremmo visto tanti fatti di radicalismo, ma non è il caso. Si dice che in Francia, dove il problema è più studiato, c’è una forte proporzione di imam radicali. La causa è chi li paga. Dovrebbe essere la comunità che li mantiene, ma molto spesso, oggi gli imam vengono mandati e pagati dall’Arabia Saudita, che favorisce la lettura radicale della tradizione islamica e del Corano. Questo è il nostro guaio: l’Arabia Saudita compra la gente. Anche l’Egitto è aiutato, ma qui non si segue il radicalismo assoluto dell’Arabia Saudita perché la popolazione è più aperta. Questa è la tragedia che viviamo.
E il Califfato come è nato? Isis (che corrisponde all’arabo Dā‘esh) significa in inglese Islamic State for Iraq and Syria. Iraq e Siria, e non altri paesi, perché in Iraq dopo l’uccisione di Saddam Hussein, gli americani hanno messo a governare gli sciiti in quanto maggioranza relativa. In Siria governa la famiglia Assad, che sono alawiti, un ramo degli sciiti. In questi due paesi c’è una maggioranza sciita al governo. Chi è il nemico giurato degli sciiti? I sunniti.
C’è un odio radicale da parte di alcuni paesi del sunnismo contro gli sciiti, che risale al I secolo dell’Islam e che rimane oggi. Ha avuto periodi più tranquilli, ma oggi, grazie ai soldi del petrolio, dei paesi petroliferi che sono sunniti, c’è un odio tale che vogliono ucciderli tutti. Chi fa la guerra nello Yemen e chi sostiene e combatte contro la rivoluzione nello Yemen? Nel sud Yemen la popolazione è sciita e chiede parte del governo. L’Arabia Saudita, che non ha nessun diritto di entrare nello Yemen, ma ha il potere finanziario e militare, grazie all’amico da decenni, gli Stati Uniti, va e bombarda ciecamente, dove sono donne e bambini, pur di eliminare gli sciiti. E l’odio che c’è da parte dell’Arabia Saudita e di altri contro l’Iran, il più grande paese a maggioranza sciita, viene anche da questo.
Il presidente americano Trump, dopo aver sostenuto l’Iran e alleggerito l’atteggiamento occidentale contro l’Iran, adesso dice il contrario. La prima visita che ha reso ad un capo nel mondo è stata per l’Arabia Saudita, dove c’è stato un accordo per decine di miliardi di dollari. E’ questa la situazione: una guerra religiosa interna all’islam, da parte della maggioranza sunnita contro la minoranza sciita, sostenuta fondamentalmente dall’America ma anche dai paesi occidentali, Francia, Germania, Italia, Inghilterra, attraverso le armi.
Lei ha fatto riferimento ai versetti del Corano di esplicita incitazione all’odio e alla violenza contro ebrei e cristiani. Questi testi e la loro interpretazione corrente, costituiscono un reale pericolo oppure no?
Sì. Nel Corano troviamo, a causa della storia stessa di Maometto, versetti abbastanza tolleranti, nel primo periodo (610-622), e altri aggressivi (622-632). Se si dice: gli ultimi testi cancellano i primi, che è la teoria logica, dunque la violenza domina sulla tolleranza, ed è ciò che succede oggi. Ma si può invece dire: il Corano è un fenomeno storico, le circostanze della vita di Maometto sono da prendere in considerazione, lui per diffondere la sua visione di Dio doveva fare come era uso fare in Arabia tra i beduini, cioè attaccare contro altri gruppi; lui ha fatto questo, ma non è detto che questo debba diventare normativo per tutti i secoli.
Infatti ci sono molti musulmani che dicono: «anche se per noi Maometto è il modello per eccellenza, non lo prendiamo come modello in questo periodo della sua vita, ma in un’altra parte della sua vita». Solo che attualmente – dalla fine degli anni Sessanta ad oggi – prevale l’atteggiamento radicale a causa dell’influsso saudita e dell’aiuto dei paesi potenti militarmente, Stati Uniti in primo luogo. C’è una responsabilità dell’Occidente che dà le armi.
Da noi molti dicono: anche nella Bibbia esistono messaggi non proprio pacifici. Lei che ne pensa? Che differenza c’è fra gli uni e gli altri testi sacri?
Preferisco parlare in modo più preciso. La Bibbia, nella tradizione cristiana, comprende il Vecchio Testamento e il Nuovo. Se prendo il Vecchio Testamento, cioè la Bibbia per gli ebrei, scritta in ebraico e aramaico per alcuni passi, allora troviamo certamente dei brani di violenza che Dio suggerisce o sostiene. Però dobbiamo tener conto del fatto che tale testo ha ormai tremila anni o più. Mosé e le conquiste fatte dagli ebrei per conquistare terreni di altri risalgono a questo periodo.
Il cristiano certamente non legge l’Antico Testamento, come un testo da prendere letteralmente; non considera che ciò che Dio ha ordinato di fare nell’Antico Testamento, quando c’era da conquistare la Terra Santa, deve essere riprodotto oggi. Per noi l’unico testo assolutamente valido che possiamo seguire è il Nuovo Testamento, e in esso le parole e i fatti di Cristo.
Ora, sfido chiunque sia onesto e sappia leggere, a trovare nelle parole di Cristo un invito alla violenza. Quando Pietro taglia l’orecchio al servo del sommo sacerdote, non solo Cristo lo condanna ma guarisce il militare al quale incolla l’orecchio. Non solo non c’è violenza da parte di Cristo, né nei fatti né nel suo insegnamento, ma c’è piuttosto l’anti-violenza. Se uno vuole costringerti a fare con lui un chilometro, fanne due; se uno ti dà un colpo sulla guancia, porgi l’altra guancia. E’ l’anti-violenza per principio.
Addirittura Gesù va contro la legge mosaica, in alcuni casi. Quando vengono e gli dicono «abbiamo preso questa donna in flagrante adulterio, e Mosè ci ha insegnato che questo tipo di donne vanno lapidate». Prima cosa, viene una domanda: se questa donna ha fatto tale atto, l’ha fatto con un maschio; e allora perché non si punisce anche il maschio? Perché la Bibbia ha una mentalità di tremila anni fa, dove alla donna non è permesso ciò che all’uomo è permesso.
Ma, tralasciando questo, come reagisce Gesù? Risponde con una saggezza straordinaria dicendo «chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra». Non dice che Mosè ha torto, ma fa in modo che ognuno sia invitato a fare ritorno su se stesso e ad agire con saggezza. Allora si ritirano uno dopo l’altro, cominciando dai più vecchi, quelli che hanno più saggezza e che riconoscono che non possono fare questo. Alla fine alza la testa e dice alla donna: «Nessuno ti ha condannata? Neppure io!». Ma poi dà la medicina: «Va e non peccare più!».
La violenza nel Vangelo è una violenza su me stesso, per affinare la mia coscienza e i miei atti. Non c’è altro! La prova è che lui Gesù, innocente, finisce in croce. Dunque, dire che la Bibbia (in questo caso il Vangelo) ha dei messaggi di violenza, beh, lasciamolo dire a chi non ha studiato, sono cose troppo generiche.
E poi c’è un principio per noi oggi ovvio: un testo si capisce dal suo contesto. Il contesto del Corano, il contesto dell’Antico Testamento non è quello di oggi, dunque la lettura di un brano deve essere contestualizzata per capire esattamente ciò che il testo vuol dire. La mia critica verso gran parte dei musulmani, è che non contestualizzano il documento ma lo prendono alla lettera. Alla lettera si può dire qualunque stupidaggine, ma non è la vera interpretazione.
1-continua